Amythys verso Alinox - La storia GDR che ha portato Amythys nel Jandur!

Un saluto a voi amythysiani e gente di Alinox!
Questo è un post che riporterà lungo i commenti la raccolta completa di tutti i racconti legati al percorso che il trio e i personaggi collegati ad essi, hanno affrontato prima di arrivare nelle terre di Alinox.

Nota fondamentale

Vi prego di non creare disordine lungo i commenti che sono appunto destinati alle singole storie piuttosto che al commento in sè, considerate il post come “post GdR”.

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LA STORIA DEI TRE

In un mondo, governato da individui falsi ed egoisti, tre anime si accomunavano per la purezza dei loro cuori. Questi, erano individui come tanti all’apparenza, non si conoscevano nemmeno, eppure, il destino li scelse per collegarli sotto un solo faro.

La maledetta caccia alla bestia: Un drago sputa fuoco, nero come la notte, dagli occhi e scaglie verde smeraldo, caratteristiche più uniche che rare

Venivano promessi oro e fama a chi sarebbe stato capace di portare la testa di quella creatura. In pochi conoscevano gli spostamenti di quella bestia, nessuno è stato mai capace di eseguire una richiesta simile, poiché di draghi così particolari, non ne parlava alcun testo.

Mentre per le piazze della città si sentono solo che voci sulla famigerata ricompensa, c’è chi invece scruta da lontano, senza che nessuno possa sentirlo, limitandosi a lamentele rivolte a chi è desideroso di tali sporchi premi. Costui era un ragazzo di nome Jordan Devitt, le sue proteste erano dovute al suo passato, molto poco gentile nei suoi confronti. Di fatto odiava ogni suo coetaneo possessore di quella fortuna economica che non gli fu mai concessa. Annoiato dall’atmosfera presente in quella piazza, Jordan se ne andò, incamminandosi verso le sue solite scorciatoie della città, tornando a leggere il giornale per trovare lavoro.

Perso tra i suoi pensieri invece era un altro, Esortus Everett, un ragazzo nato e cresciuto da una famiglia di nobili ma con uno spirito pronto all’avventura. Di fatto Arthur era molto incuriosito dalla caccia ma il giovane riconosceva i suoi limiti, sapeva che imprese simili richiedevano l’aiuto di più braccia. Qui il destino ha letto i pensieri del ragazzo; d’un tratto, Jordan, passando per una via secondaria, sbucò al fianco di Arthur. I due finirono per scontrarsi. Dopo essersi ripresi dalla modesta botta, rialzandosi si guardarono quasi con disprezzo, per lo più Jordan nei confronti di Arthur. I due non si conoscevano ma Arthur sfruttò l’occasione per adempire al suo desiderio. Non fu difficile convincere Jordan anche perché all’inizio, Arthur gli sembro abbastanza ingenuo, voglioso di altra fama che, per un adolescente in cerca di qualche spicciolo, di certo non poteva importare molto.

La coppia iniziò dunque a fare pratica con l’arte della spada, verrebbe da dire: “essenziale per la conquista della testa di un drago”, ma Arthur possiede una buona conoscenza sui draghi; sa che non era sufficiente saper maneggiare una qualsiasi lama. Suo padre possedeva una grande biblioteca dove Arthur da piccolo passava il tempo a leggere tutto ciò che riguardava i leggendari esseri alati. Alla base della tecnica i due erano dunque sprovvisti di un buon equipaggiamento. Perciò cercarono un buon fabbro, per poter forgiare su misura l’attrezzatura necessaria all’eroica impresa. Arthur si recò da un famigerato fabbro che conosceva grazie a delle commissioni realizzate su misura per la sua famiglia. Jordan non poteva fare altro che seguirlo, ovviamente, con i suoi dubbi riguardo la bravura dell’uomo con il martello. Una volta giunti nei pressi della forgia cittadina, non trovarono nessuno. Dopo svariati richiami da parte dei due si presentò a loro un semplice ragazzo invece che un uomo barbuto che forgia armi ed armature, il suo nome era Dan Greysnow. Arthur cercava spiegazioni ma Dan era vago nelle risposte, questo perché in realtà, lo strano adolescente aveva derubato e preso sotto controllo la forgia, riuscendo addirittura ad inibire il magnano proprietario.

Dopo svariate parole Dan cercava in tutti i modi di racimolare soldi dai due, perciò cercò delle spade che gli sembravano di buona fattura. Ai due sembravano dalla lontananza ottime ma quando Dan posò le armi sul bancone, queste erano nominate, quasi come se fossero degli esseri viventi. La scelta era svariata; spade dalla lama elaborata, impugnatura lavorata e rigida, nomi che mettevano una sorta di malinconia nei loro animi semplicemente pronunciandoli come: Avalun, Elswyr e simili. I due però potevano permettersi solo una spada a testa. Jordan scelse una spada qualsiasi, a lui non importava il dettaglio ma la qualità. Ma qualcosa in quelle spade attirò l’attenzione di Arthur. Nel mezzo della guardia, era incastonata una gemma, probabilmente uno smeraldo, non ottenne una risposta chiara perché Dan quando Arthur gli chiese informazioni sullo strumento che aveva sotto gli occhi, poteva solo che offrirgli vaghi dettagli, ma una precisazione fu chiara, il nome: Eseldur. Arthur senza indugi la prese quando d’un tratto, si sentì provenire dall’appartamento vicino, collegato alla forgia, qualcosa o qualcuno cadere. Un uomo con la bocca legata uscì dalla porta con l’intenzione di vedere morto il giovane malvivente, lo stesso che ha legato un po’ male l’uomo infuriato. Dan senza nemmeno pensarci, prese le spade scelte dalla coppia e scappò con un’altra spada che teneva conservata in un fodero attaccato alla sua vita. Naturalmente sia Jordan che Arthur lo inseguirono, lasciando l’uomo vecchio e derubato solo. Dopo aver corso per molti metri, Jordan riuscì a bloccare il farabutto lanciandosi per poi riprendersi le loro rispettive armi, solo che nessuno aveva pagato nessuno, dunque anche loro erano diventati una sorta di malfattori.

Dan cercava di spiegarsi, perché anche lui voleva la testa di quel drago, dunque i tre si accomunarono per riuscire nell’impresa. Jordan era ancora titubante dato che erano sprovvisti di armature ed erano solo tre giovani con delle spade, un drago volante di certo non può essere così sciocco da atterrare in faccia ai tre per farsi uccidere, specie poi se spara fuoco. Nonostante ciò Arthur invece era molto sicuro di sé, poiché le sue conoscenze sui draghi lo portarono su una possibile strada che conduce in punti dove queste creature, solitamente, preferiscono per riposare. Incamminandosi per sentieri fuori città difficilmente percorribili, i tre stremati e affamati, giunsero nel cuore della notte, nei pressi di una collina deformata, quasi come se fosse una landa desolata, dove, lungo l’orizzonte, si poteva intravedere un’altissima montagna. Nessuno dei tre giovani sa il nome di quella montagna, neppure Arthur acculturato com’era, non riconosceva quelle forme ambigue.

I tre decisero di accamparsi vicino ad una grotta, per recuperare fiato. Anche se, quando il silenzio della notte cadde, un tonfo riecheggiò per tutta la landa, fino a giungere i distanti giovani in riposo. Subito dopo, un ruggito colmo di rabbia; si sentono voci umane sofferenti che gridavano, quasi come se si stesse compiendo un massacro. Svegliati con un grande spavento, decisero di indagare, avvicinandosi al luogo da dove provenivano questi rumori fuori dal mondo. Arthur era sempre più sicuro di sé, sapeva che quel drago sarebbe stato lì e che l’avrebbe visto dal vivo, con i suoi occhi.

Arrivarono lungo l’estremità di un cratere poco profondo dove al centro sedeva lui, il drago nero, proprio come quella notte. Prima di loro però, dei cacciatori erano sulle tracce di quel mostro, volevano quella ricompensa, anche a costo della loro vita. Nonostante le pesanti armature e le raffinare spade, coloro che decisero di affrontare quella bestia, uno ad uno affrontava la morte di conseguenza. Arthur rimase incredulo, non tanto per il macabro spettacolo, che fece ribrezzo agli altri due, ma per la maestosità di quella creatura alata. Incantato, Arthur si incammino lentamente verso il centro del cratere. Jordan, cercò di fermarlo poiché era una pazzia, anche se Arthur era ormai concentrato nell’ammirare le peculiarità del drago.

Una volta giunti ai piedi della mastodontica creatura inferocita per via dei danni subiti dai cacciatori, ormai annientati, Jordan brandì la sua spada e, in un modo o nell’altro, fece fare lo stesso ad Arthur e Dan. Il drago nonostante la stazza, rimase quasi pietrificato alla vista della spada di Arthur. I tre rimasero in un ambiguo silenzio, mentre il drago si chinò d’innanzi alla lama del giovane. La creatura dopo svariati secondi che sembravano minuti, venne avvolta da una polvere nera, che di conseguenza avvolse quella spada. Il giovane che la impugnava, sentiva una voce bisbigliargli una parola, dalla lingua sconosciuta, più e più volte. Quasi come se stesse meditando, il giovane rimase ad occhi chiusi, inginocchiandosi al suolo. I due giovani spettatori invece, rimasero sempre più increduli. Dopo aver visto un drago sparire dal nulla, quella nube nera, portò via la bestia dentro quell’oggetto. Dan però, preoccupato, decise di svegliare Arthur pensando che il drago avesse potuto possederlo, o almeno così credeva. Quando invece al suo violento risveglio, si sentì bene, ritrovandosi con una missione ben chiara: custodire una reliquia, da utilizzare durante ogni battaglia, per esercitare il potere che quel drago sembrava gli avesse conferito.

Fortunatamente non era solo, il destino non per caso riunì quei tre durante quella specifica notte.

Sotto quel cielo cupo come la pelle di quel drago, Arthur innalzò la spada al cielo. Jordan era scioccato ma anche compiaciuto per essersi realizzato, nonostante il premio fosse andato in miseria, anch’egli alzò la sua lama al cielo. Dan non poteva fare altro che seguire, incantato da quella scena. Fece lo stesso.

Con le tre spade al cielo, iniziò la leggenda, una leggenda che avrebbe fatto sempre ritorno.

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LA SCOMMESSA

Quella sera eravamo stanchi, le scorte iniziavano a venir meno ed il freddo penetrava fino a raggiungere le nostre ossa. Proposi ai due di sostare in un luogo più consono ad un riposo: la taverna di un villaggio non troppo lontano. Arthur era scettico all’idea di dover condividere l’aria che respirava con gente mai conosciuta mentre Jordan, invece, condivideva l’idea anche se con qualche suo solito dubbio sulla bottega. Era deciso, svoltando il crocevia che segnava: “Dephogsted”.

Giunti ai piedi del paese, quest’ultimo sembrava vuoto. Solo l’edificio più grande era animato, non fu
difficile capire dove andare. Aprendo quel portone si aprì un mondo nuovo, pieno zeppo di gente.
L’accoglienza non fu delle migliori, nessuno ci diede il benvenuto come nei banchetti lussuosi ai quali Arthur era abituato. Le strade per noi si divisero, io ed Arthur alla ricerca di un tavolo dove stare e Jordan a controllare i posti rimanenti per riposare quella notte. Mentre invece, io ed Arthur, una volta seduti, non potevamo fare altro che osservare chi avevamo intorno. A quanto pare, non eravamo i soli a condividere l’idea di una buona sosta.

All’improvviso, tra tutta quella gente, sentii una voce fastidiosa provenire da qualche tavolo poco più
distante dal nostro. Scrutai meglio tra la folla per capire di cosa si trattasse, rimanendo seduto. Un uomo grasso, vestito molto bene; orecchino e anelli ornavano la sua pelle, tre donne a fargli anche la corte.

Egli teneva per la mano ben due calici di vino lasciando cadere il contenuto a terra, data una ridicola danza che performava nel tentativo di divertirsi nel suo penoso stato. L’uomo urlò:
“Scommetto che nessuno riesce a battermi nell’asciaviva!”.
Quest’ultima mi lasciò perplesso, per mia fortuna c’era Arthur al mio fianco, spiegandomi che l’asciaviva è un pericoloso gioco, praticato dai nobili durante banchetti di lieve importanza, dunque non così nobili.
Il gioco consisteva nel tirare delle asce da lancio contro il muro di una parete centrando il bersaglio che, in questo caso, era una banale mela, sorretta però sulla testa di una persona scelta dal tiratore. Abbastanza difficile, se non fosse che il tutto andava svolto da bendati e ad una distanza di 2 metri dal bersaglio. Non ci pensai più di due volte, gridai all’uomo:

“Io scommetto che vomiteresti tutto lo schifo che hai bevuto prima di poter centrare qualcosa contro di me”.

La folla si azzittì, persino il più losco degli individui tra i presenti rimase stupito. L’uomo infuriato, rispose:
“Tu? Un flaccido e strambo ibrido tra un vecchio ed un giovane? Con quei capelli bianchi faresti meglio a buttarti nel fango prima che lo faccio io! Nasconderesti il tuo di schifo!”.
Gli animi si scaldarono, Jordan nel frattempo portò da bere al nostro tavolo. L’uomo aggiunse:
“Va bene, scommetto il mio castello che tu non saresti capace di vincermi ad asciaviva. Nessuno mi batte a questo gioco!”.
Seguivano fischi e cori che incitavano questa persona, sembrava un conte importante, per me non così tanto. Senza esitare, risposi:
“Gioco la mia spada” - I miei compagni rimasero stupiti - “Ottima fattura, manico scorrevole e una lama forgiata dal sottoscritto, posso assicurarti che taglierebbe lingue anche più lunghe della tua.”.

“Ci sto!” - rispose l’uomo - “nomina il malaugurato che perderà un occhio a causa tua allora!”.
Solo un pazzo ubriaco poteva accettare una simile scommessa, stava di fatto che la fortuna girava dalla mia parte quella sera. Presi il boccale dal nostro tavolo, facendo finta di bere, posai la brocca dietro la mia schiena, inzuppandoci due dita dentro. Bagnai la stoffa prima di bendarmici senza farmi notare per poi scegliere il mio “socio”:
“Scelgo quest’uomo” - Indicando Jordan.
Inutile dire che andò su tutte le furie. Lo confortai, dicendogli che avevo tutto sotto controllo.

Per quanto strano fosse, Jordan si fidò di me. Mi misi in posizione, il mio socio fece lo stesso. Iniziai a bendarmi con la fascia bagnata, particolarità fondamentale che mi permise di vedere attraverso il tessuto. Onestamente tentai la sorte in quel momento, non ero pienamente sicuro del successo.

Arrivò il momento cruciale, presi la mira, lanciai l’accetta e, dopo un preoccupante silenzio, tolsi la benda.

L’accetta rimase attaccata al frutto che la tagliò a metà. Jordan prese quella mela e se la mangiò, guardandomi. Era il turno del conte, scelse un suo sgherro come socio, prese la mira e… centrò il pavimento. Il pubblico accompagnò quel momento d’imbarazzo con rumorose risate. Ubriaco com’era, in quel momento voleva solo che vedermi morto, ma non appena mi guardò, il suo viso si tinse di un ambiguo violastro.
Il conte collassò. Aiutato dai suoi uomini, venne scortato fuori. Poco prima di tornare dai miei compagni, una donna si presentò davanti, desiderosa di parlarmi. Porse le sue scuse, rivelandosi la figlia di quel conte ubriaco aggiungendo:

“Come da egli promesso, ecco le chiavi di Gran Castello, abbiatene cura, più di quanta un conte ubriaco possa averne.” - la donna se ne andò ma prima di lasciarci gioire, aggiunse bisbigliandomi all’orecchio - “Questo è per non dimenticare il male che ti hanno fatto”

Pietrificato, non aggiunsi nulla, mi chiesi come quella donna mi conoscesse e a quale dei tanti mali si riferisse. Quella frase mi rovinò la serata anche se cercai di non far notare il mio cattivo umore ai miei compagni, felici del nuovo acquisto.

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L'INCONTRO

Stavo riordinando alcune missive spediteci da diverse casate, un lavoro seccante quanto ingiusto, poiché il tutto spetterebbe ad Esortus ma fin quando fa qualcosa di utile, non mi lamento.
Poi sentii dei passi all’esterno, successivamente bussarono alla porta: “Re Greysnow! C’è qualcuno ai cancelli del castello, vuole vedere lei, sembra urgente!” - Ancora con l’ennesima storia, pensai. E’ solito vedere sudditi disperati; magari vogliono un pezzo di pane, una moneta per comprare qualche medicina. Solitamente quando accade cerco di dare sempre il triplo di ciò che chiedono. Mi allontanai da quelle lettere noiose per seguire il mio messaggero, per poi ricordargli: Gran Castello, non ‘castello’. Tienilo a mente, sempre”.

Arrivato trovai qualcosa di diverso, un ragazzo sui vent’anni, stanco e pallido. Mi avvicinai direttamente a lui, senza scorta o altro, chiesi il suo nome e mi rispose: “Sono tuo fratello imbecille” - Le guardie gli puntarono le armi contro, chiesi di deporle e di rimanere pazienti. Risposi all’individuo: “Voglio il nome, non cosa vorresti essere” - Elvo, di Presla e comunque è vero ciò che ti dico, lui mi ha illuminato e me l’ha detto! Credimi!” - Deluso dal suo comportamento, gli voltai le spalle e chiesi alle guardie di scortarlo fuori dal castello. Prima che ciò avvenisse, egli urlò: “Io so cosa ti hanno fatto, gli assassini, le ingiustizie nel Dovagol…” - Mi fermai girando il volto verso di lui, molto stupito - Tallolja, tuo padre, non era altro che un uomo errante, in cerca di qualcosa che lo rendesse felice, ebbene se si è tolto la vita è solo merito mio!” - Una guardia gli tappò la bocca, mi avvicinai a questa guardia amythisiana per allontanarlo immediatamente da Elvo. Intanto, la situazione intorno a me iniziava ad essere ambigua, diversi cittadini osservarono curiosi. Presi per il braccio Elvo, rialzandolo da terra per poi accompagnarlo in una stanza di Gran Castello così da poter parlare meglio.

Una volta seduti e rinfrescati dalle bevande e dal cibo della cucina, chiesi con calma il racconto di tutta la storia che lo portò qui, ad Amythys. Iniziò a parlarmi di svariate vicende, alcune noiose altre abbastanza interessanti, fino a giungere alle storie legate a mio padre… o per meglio dire, nostro padre.
Conobbi il suo passato, riflettendo sugli errori commessi, mi raccontò di qualcos’altro. Una divinità, qualcosa di così potente da rendergli la vita diversa, sostenendo di essere il messia di questa creatura. Stupito, finsi di essere interessato ma rimandai la storia ad un’altra occasione.

Da lì a poco, Elvo divenne un cittadino amythisiano a tutti gli effetti, protetto da me personalmente, per poi rendere pubblica la realtà: lui era mio fratello.
Trascorse molto tempo dentro le biblioteche di Gran Castello per apprendere conoscenze sulla magia del teletrasporto. Inoltre, vinse diversi tornei cittadini grazie alle sue doti con l’arco, certo peccava con la spada ma compensava bene con le sue frecce.
Per un lungo periodo rimase al mio fianco, anche nei momenti più devastanti. Era come vedere un fiore sbocciare, magari è meglio paragonarlo ad un fiore come la rosa, bella sì all’esterno ma spinosa lungo tutto il resto.

Nota esterna

Se pur breve, il racconto è dedicato ad una lunga amicizia alla quale tengo molto.

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