Cronache di guerra

Aris Finnerty

Il giorno della battaglia era infine giunto, dopo lunghe notti insonni passate a pensare a come sarebbe stato, a come sarebbe andata. Roland mi aveva impartito le istruzioni, dovevo prendere il controllo delle mura esterne, facendo volare di sotto chiunque si trovasse al di sopra. Mi recai, insieme al mio gruppo di uomini scelti, all’assalto di esse, combattendo e sferrando molti colpi mortali in un bagno di sangue. Ridevo come non mai, ero divertito dal vedere tutti quei corpi volare giù dalle mura. Ero letteralmente assetato di sangue, quando mi si parò davanti un uomo piccolo, quasi indifeso. Dopo averlo disarmato, per deriderlo, gli strappai l’elmo dalla testa, pronto a decapitarlo.

Qualcosa, però, accadde. Quell’uomo mi guardò dritto negli occhi e nel suo sguardo c’era qualcosa. Questo mio tentennamento, però, mi costò caro, dato che il mio avversario non aspettò un secondo di più e prese il suo pugnale dalla cintura, ferendomi alla spalla. Mi ripresi subito dal colpo, decapitandolo senza farmelo ripetere due volte. Ma cos’era che mi aveva fermato? Cos’era che mi aveva fatto tentennare? Lo sguardo di quell’uomo, sembrava quasi non volesse farlo, che non volesse colpirmi, ma che fosse costretto per la sua stessa sopravvivenza. Ma io, un così forte guerriero, non potevo fermarmi dinanzi a queste cose da deboli. Avevo un nome pesante da onorare, dovevo render fieri i miei antenati e portare avanti la nostra lucente tradizione di uomini senza paura.

Eppure c’era qualcosa che mi aveva fatto tentennare. Eccome, se c’era.


Kevin Wilfire

Era la mia prima vera battaglia, ma ero pronto ad affrontarla con lucidità e diligenza. Tenevo salda in mano la mia spada, poco lontano dalle prime file, gridando ordini ai soldati del mio schieramento. Dovevamo dar manforte al gruppo centrale, quello che si trovava in piazza ad affrontare il grosso dell’esercito, che si trovava a difesa dei “falsi Re”, i quali si definivano così senza alcun merito preciso.

Eravamo stati io e mio fratello Kevin, il quale ci aveva raggiunto all’ultimo con un piccolo manipolo di soldati Narisyani, a chiedere al Re, quello vero, di poter combattere al suo fianco, onorando il nome della nostra famiglia. Volevamo vendetta, vendetta per i caduti di Narisya, uccisi a sangue freddo in un attentato a sorpresa a Koras, dopo essere stati invitati poco prima della guerra a brindare insieme. Dopo aver aiutato nella coordinazione dell’attacco, che da subito sembrava essere stato efficace, mi feci coraggio e mi preparai, guardai con la coda dell’occhio mio fratello, che sembrava pronto a sua volta, e ci lanciammo nella mischia.

Ero euforico, preso dalla foga, la voglia di rivalsa mi donava forza, muovevo fendenti a destra e sinistra, con una ferocia mai vista prima, mi sentivo inarrestabile e non temevo la morte. Fui ferito da diverse frecce, altre le sentii sibilare vicino l’orecchio, altre colpirono gli uomini vicini, ma nulla e nessuno poteva fermarmi. Tutti cadevano sotto i miei colpi.

Tutti tra atroci grida. Le sento ancora oggi, quando mi sveglio la notte.


Roland Drummon

Non sono mai stato un grande guerriero, uno di cui si cantano le gesta nelle taverne in ogni angolo del mondo, che ogni uomo teme e rispetta. Ho sempre fatto il lavoro oscuro, tessendo i fili per creare una tela perfetta. E così feci anche quella volta.

Mi tenevo in disparte, dando una mano ai vari plotoni impegnati nei vari punti della battaglia. Volavo da un posto all’altro, cercando di supportare i diversi gruppi impegnati nel combattimento, passando dalla piazza alle mura, e viceversa. Vidi l’uno dopo l’altro i corpi nemici cadere al suolo, ricoperti di sangue, con vivido terrore dipinto negli occhi, mentre i miei compagni si avventavano su di loro con estrema ferocia, facendosi beffe dei loro cadaveri. Sembravano bambini mandati a combattere contro dei mostri, di quelli che sognano la notte, svegliandosi in preda al panico e scappando dai genitori. Ma questa volta, non era un incubo per loro, ma la cruda realtà.

Non nego di aver provato pietà. Pietà per chi aveva mandato allo sbaraglio quegli uomini, privi di una qualsivoglia organizzazione, costretti a morire senza poter rispondere efficacemente ai nostri colpi. Sì, provavo pietà per la stupidità umana.


Rumil Fàlas (Flashex)

Mai e poi mai avrei immaginato tanta distruzione in vita mia. Fiumi di sangue scorrevano davanti ai miei occhi, l’odore era nauseabondo e non potei che inorridire. Ecco come mi sentivo mentre affondavo la spada sui poveri malcapitati. Ragazzi come me la cui unica colpa era l’esser governati da gente folle. Che colpa ne avevano loro, se i reggenti dei loro paesi erano così pieni di sè da accettare una guerra il cui esito era già scritto? Che colpa ne avevano loro, se non quella di obbedire agli ordini, abbandonando la propria famiglia in giovane età? Che colpa ne avevano loro?

“Mio caro e fedele amico, tu e la tua squadra avrete il compito di ripulire le mura interne e i feriti. Non fate prigionieri.”

Così ordinò Roland e così feci. Nessuno uscì dall’interno della prima cinta muraria, nessuno sopravvisse sotto la nostra furia cieca. Eppure, ogni qualvolta colpivo a morte uno di quei poveri uomini, nei cui occhi non leggevo nient’altro che il terrore, provavo pietà e speravo che quello scontro volgesse al termine il più in fretta possibile per porre fine alla loro agonia.

Possiate perdonarmi e possiate riposare in pace.


Fèlìs Shelby (Naples_EscobarOG)

Lo spettacolo davanti ai miei occhi era bellissimo, quasi armonico e mi muovevo tra l’incredibile numero di soldati come se stessi danzando, colpendo con la mia spada a ritmo. Il mio volto era ricoperto da sangue nemico, tant’è che ero incapace di aprire il mio occhio destro. Mi sentivo invincibile perchè quello era il mio campo, quello era ciò in cui eccellevo al di sopra di tutti. Chiusi anche l’altro occhio, continuando quella danza a ritmo, non lasciando che nessuno potesse avvicinarsi a me.

Li riaprii, e quando vedi tutti quei corpi ammassati l’uno sull’altro, con quei pochi moribondi a gridare tra atroci lamenti e sofferenze, ciò che provai fu una sensazione che mi aveva abbandonato anni addietro, con la morte di mio padre, avvenuta erroneamente per mano mia. Pietà. Ecco quel che provai.

Mi allontanai dal campo di battaglia, respirando a fatica, chiedendo a Roland di pensare al resto. Salii sul mio cavallo e cavalcai il più lontano possibile da quel luogo di morte e distruzione.

Ero solo. Di nuovo.


Riepilogo

Ho pensato di far scrivere, ad ognuno di noi (tranne per Aris che è stupido), un gdr che raccontava la nostra esperienza in battaglia in modo romanzato, raggruppandola in un topic.

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Riepilogo

ognuno di noi non direi, mi ritengo offeso da questo post quindi penso proprio che andrò a snitchare a koras (di nuovo xd)

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OT

Per favore, per commenti GDR OFF usa gli spoilers

Mmmmmm

Non saprei, ormai anche io ho preso l’abitudine di scrivere il nome da pvpparo…
Quindi voto per Drammon
@LOLZHD1926

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Riepilogo

In realtà il mio personaggio soffre di doppia personalità: quello buono è Drummon, quello pazzo ed immortale è Drammon

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