[GDR] I profughi di Skemàs - La fondazione di Fusdùr

Prologo - 2562 d.F.

Correva l’anno 2562 d.F., quando un piccolo manipolo di soldati lasciò per sempre le rovine di Skemàs.
Nel giorno di Kasbis, terza settimana di Bacal, l’ex Alto Cancelliere di Màs, Joserèn Phirez Wildhammer, partì per l’antico continente da dove quasi mille anni prima, i suoi trisavoli giunsero in questo mondo.
La Dinastia sarebbe scomparsa, una delle più longeve ed incomprese della storia, comparsa nella terza era e subito a rischio di estinzione, causata dalla prematura morte di tre capostipiti durante la “Guerra del Tradimento”.
Una Dinastia che durante la" Dittatura Prosperista" ad Anduin e a Navarone veniva studiata nelle scuole, ed ora quasi sconosciuta.
Tutti questi pensieri si susseguivano rapidamente nella mente di Joserèn, mentre il suo galeone lasciava il porto.
Il sole tramontava su Skemàs, quando la nave sparì all’orizzonte… sarebbe tornato? Nessuno poteva dirlo con certezza.


“Intende veramente passare l’Antico Portale” disse Dàkaron, guardando la piccola areonave sfrecciare sui cieli di Spes.
“Pazzia” rispose suo fratello Gòs Tanèk, al suo fianco.
Gòs Tanèk si girò, guardando Kaskemàs arrivare.
“Padre” continuò Dàkaron, indicando l’areonave “perchè ci hai fatto venire qui? E’ per quella misera bara volante?”
Kaskemàs annuì “ho bisogno che mi facciate un favore”
“Dobbiamo distruggerli?” chiese Gòs.
“Sarebbe inutile” disse Dàkaron “appena impatteranno con l’Antico Portale, non capiterà niente. Non possono aprirlo e quando si ritroveranno sempre a Spes, la folla li deriderà”
“Per questo io sono qui” rispose Kaskemàs, alzando una mano, ora di cinque dita, ora di tre lunghe e verdi, ora di quattro legnose e ricoperte di rampicanti.

Un bagliore ricoprì l’intera città stato, mentre i suoi cittadini si portavano le mani agli occhi per difendersi dalla luce improvvisa, gridando per la paura. L’Antico Portale era diventato bluastro e turbinii d’acqua - o di quel che sembrava acqua - si dimerarono davanti e dietro la titanica costruzione, quasi a lambire l’areonave che stava avvicinandosi. Infine l’acqua scomparve e uno specchio all’apparenza composto di metallo liquido color dell’argento si erse placido, circondato dal cerchio dell’Antico Portale.

“L’hai attivato” sussurrò Gòs, con gli occhi spalancati
“Cosa dobbiamo fare?” chiese Dàkaron.

Kaskemàs indicò l’areonave e gli occhi supernici dei tre oltrepassarno la struttura in legno dello scafo, la ceramica e la bagliopietra della sala motori, il ferro e il bronzo delle scale e dell’armeria centrale, fino ad arrivare alla sala comando. Lì un uomo si ergeva in piedi, di fronte al timone dall’areonave.

“Dovete preservare quell’uomo” disse il Padre Superno.
“Joserèn?” disse Dàkaron, dubbioso.
Kaskemàs annuì.
“Ma è una nullita” disse Gòs Tanèk “uno stupido per dirla nella maniera migliore, altrimenti un brigate, un assassino, un bugiardo”
“E la sua schiatta non è certo migliore” continuò suo fratello Dàkaron “un manipolo di tagliagole e bivaccatori da osteria, che hanno avuto la malaugurata fortuna di diventare cardini di eventi d’importanza capitale per l’umanità. Feccia della peggior feccia, padre”
“E’ vero” convenne Kaskemàs “nonostante ciò, lui e la sua progenie sono stati, sono e saranno importanti per l’intero Jandùr. Persone non migliori di altre, spesso ben peggiori in effetti se uno si affida alla semplice morale umana, che cambia e muta nel corso dei secoli come la sabbia crea dune nel deserto e le rimodella a ogni folata di vento; eppure sono persone capaci di attirare a sè i movimenti del tempo, di plasmarli e di mutarli a scotto dello stesso destino”
“Dunque, in che modo dobbiamo proteggerlo?” chiese Dàkaron, alzando le braccia.

In quel mentre, l’areonave cominciò ad entrare nell’Antico Portale e a scomparire. I nuovi esploratori di un piano dimenticato dall’umanità stavano scomparendo dai cieli del protettorato di Spes.

“Seguiteli” disse Kaskemàs “lo Jagd è una terra di morte certa, per loro. Fate vivere a quei marinai un sogno, che li protegga dai bakreantu mutanti, dalle esalazioni velenose della terra, dai raggi mortali del sole di Jagd. Mandateli in stasi”
“Sogni, dunque” disse Gòs “e io cosa centro? Non dovevamo forse preservarli?”
Kaskemàs sorrise “uomini come Joserèn non si accontentano di fare bei sogni. Per loro ci vogliono anche gli incubi, per eccitarsi e per diventare eroi”
“O per scappare e lasciare che gli altri muoiano al loro posto” grugnì Gòs Tanèk.
“Anche” convenne Kaskemàs “ma chi siamo noi per giudicarli?”

Atto I - 3137 d.F. - 80 e.C.

30 Nuova Datazione

L’aeronave Asus uscì dall’Antico Portale di gran carriera, mentre gli ufficiali a bordo gridavano ordini ai marinai. Subito il velivolo ondeggiò furiosamente, perdendo quota.

“I motori a bagliopietra si sono spenti!” gridò il capobaglio Rospi, dalla sala motori.

Il comandante della nave, erto di fronte al timone a poppa, diede una rullata per compensare lo sbandamento a dritta.

“Tutti a babordo!” gridò Joserèn Phirez, pensando alla fine della Prima Diaspora, quando i modernisti si accorsero con orrore che la majitek non funzionava a Letorian. Ora sembrava lo stesso.

L’Asus planò velocemente, mentre Phirez cercava di tenerla in assetto.

“Pronti allo scontro!” gridò.

Tutta la ciurma si tenne dove potè, chi ad un albero, chi a un parapetto, chi a un’esile corda. Cinquanta metri. Quaranta metri. Trenta metri.

Dieci, nove, otto. Terra.

La prua si disintegrò, letteralmente. Parti enormi di chiglia vennero lanciate in aria, insieme a decine di marinai urlanti. Dalla poppa, Joserèn fu scaraventato fuori dall’aeronave, all’indietro. Cadde a terra e perse immediatamente i sensi, attorniato da piccoli uccelli viola che planarono nel lungo e profondo solco che l’Asus aveva lasciato lungo il suo passaggio nel terreno.

Due ore dopo, i marinai superstiti trovarono il loro capitano, incolume a parte un paio di costole rotte. Stava riprendendo coscienza, salutò i suoi uomini e si tenne la testa, in preda a una terribile emicrania. Il medico Alex lo curò come potè, dandogli succo di Jerenis e bendando le poche e lievi ferite.

“Cos’è successo?” chiese il dottore.

“Abbiamo cambiato Piano” rispose Joserèn “qui la bagliopietra non funziona”

Gli uomini che lo stavano circondando furono presi dallo sgomento.

“Come faremo a far ripartire l’Asus, allora?” chiese il nostromo Sotek.

Joserèn fece spallucce “non possiamo, semplicemente. Mettiamoci al lavoro, mi sa che rimarremo qui per un po’.”

Atto II - Fus! - Pazzia!

I giorni e i mesi passarono veloci mentre il relitto della Asus incominciava a marcire all’ombra della montagna. Il caldo di questa nuova terra e le dure ore di lavoro al sole avevano temprato la pelle dell’equipaggio, rendendo le loro candide pelli firemaniane leggermente bronzate. Joserèn discuteva come ogni mattina con il suo stato maggiore riguardo lo stato della spedizione. Dove erano finiti? Tutto faceva escludere il piano di Jagd. Non c’erano segni delle rovine maestose che popolavano i miti e leggende, non c’era niente che facesse pensare a un’apocalisse che avrebbe portato quasi all’estinzione l’intero genere umano. I dispacci dei pochi esploratori a disposizione continuavano ad accumularsi su un tavolo improvvisato all’ombra di un salice, mentre gli ufficiali masticavano i pochi bricioli di tabacco rimasto, alla moda skemàsiana. Solo Joserèn fumava dalla pipa, e la sua riserva di tabacco meraludita, vizio - e lusso - di famiglia, appariva intatta nonostante lo scorrere delle stagioni.
“… a mio parere siamo su un nuovo piano” continuò l’ufficiale medico Alex “le cronache riportano dettagliatamente le caratteristiche dello Jagd, e queste terre non corrispondono a nessuna descrizione”.
“Ti sbagli Alex, pensi forse che i Superni abbiano sbagliato i loro calcoli? Senza di loro sai bene che il portale non si sarebbe aperto”, ribattè il capobaglio Rospi.
“Pff… ancora credi al “Grande Disegno” dei Superni Rospi, non siamo nessuno, non facciamo parte di nessun disegno” fece eco il nostromo Sotek “… lo sai che alla fine di tutto non siamo altr…”

“Jenmìr Phirez! Jenmìr Phirez!!!”
L’esploratore Fox si fece largo tra gli ufficiali ansimando e spingendo.
“Abbiamo trovato qualcosa!”

L’attenzione generale fu catturata dalle guardie che si avvicinavano accompagnate da un gruppo di uomini vestiti elegantemente, con abiti di una foggia che nessuno aveva mai visto prima.
Joserèn si fece avanti e si inchinò davanti agli strani ospiti:
“Le fogge dei vostri vestiti mi fanno supporre che siate uomini della Repubblica Oligarchica di Dalmasca, mi sbaglio?” disse in perfetto dialetto Jagdiano.
“No, non siamo di questa città che nominate, e parliamo la lingua comune”.
Gli ufficiali si guardarono meravigliati. Come potevano parlare la lingua comune? Lo jagdiano era conosciuto da una minoranza educata della popolazione, i rampolli delle migliori famiglie venivano sempre iniziati agli studi della lingua antica e Joserèn non era certo un caso raro, ma come potevano abitanti del piano dello Jagd capire la lingua comune dopo secoli di evoluzione e imbarbarimento?
“Io sono il capovillaggio Tiresu dell’isola Nobiska, nella provincia delle Isole Pezzate, chi siete voi? E’ da molto che abbiamo notizie del vostro insediamento”.

Dov’erano quindi finiti? Che posti stava nominando l’anziano capovillaggio? Forse i Superni si erano presi gioco di loro e li avevano semplicemente spostati su un altro continente.

“Il mio nome è Joserèn Phirez della Dinastia Wildhammer di Theldora e sono il Ministro dell’Amore della Libera Città di Skemàs, capitale della Repubblica dell’Aria.”

Il vecchio impallidì e iniziò a urlare verso il gruppo di superstiti: “Fus! Fus! Inokumirtòr! Baudentòr! Fus!” indietreggiando verso il luogo da dov’era venuto, mentre i suoi accompagnatori si aggiungevano alle grida.
Tutto lo Stato Maggiore rimase come impietrito davanti a quella scena, lasciando che il vecchio tornasse al suo villaggio.
Quel giorno, nessuno dormì. Un velo di malinconia e di tristezza scese sui sopravvissuti. Qualcosa era successo. Qualcosa che loro ancora non conoscevano ma che sapevano sarebbe stato doloroso da scoprire.

Atto III - Il Nuovo Mondo

Passarono due settimane dalla visita del vecchio.
Gli esploratori non partirono più per esplorare i dintorni e lo stato maggiore non si riunì più per discutere del futuro. Tutti sembravano assorti dai loro pensieri e dal loro tabacco.

Due settimane passarono dalla visita del vecchio quando uno squadrone di cavalleria dalle armature lucenti arrivò al campo della Asus.
Gli uomini alzarono a malapena gli occhi.
“Dov’è il vostro comandante! Si faccia avanti!” intimò l’ufficiale in direzione del salice.
Joserèn uscì dalla tenda con la camicia sbottonata e sporca di sudore, si sedette sulla sedia all’ombra dell’albero e si accese la pipa.
“Cazzo. Il mio tabacco sta finendo”, mugugnando qualche bestemmia in dialetto skemàsiano.
“E’ lei l’uomo che dice di essere Joserèn Phirez Wildhammer?” chiese l’ufficiale.
“Sono io quanto è vero che mio padre è stato sgozzato in piazza davanti ai miei occhi” disse mentre il fiammifero accendeva le foglie secche.
“Lei mente! Il capitano Joserèn Phirez è morto nel piano di Jagd insieme a tutto il suo equipaggio dopo aver attraversato il portale. Lo sanno tutti, è su tutti i libri di storia!”
Decine di sguardi dei sopravvissuti convergettero sul capitano, mentre il fuoco consumava lento il tabacco prezioso. Joserèn non aspirava, ma guardava fisso l’ufficiale.

Una figura comparve alle spalle dell’ufficiale e si fece strada verso il relitto della nave. Una lunga tunica nera ricopriva quel gracile corpo lasciando scoperti solo pochi centimetri di una pelle certamente corrosa dai secoli.
“Si… Si… motore a bagliopietra… intagli precisi…”
La figura continuò la sua indagine avvicinandosi agli uomini del capitano a uno a uno, esaminando via via i volti, gli oggetti, i vestiti; toccando visi e guardando negli occhi, lanciando piccoli incantesimi e rubando piccole prove.
“Si… Si… E lei, quindi… Joserèn… mi saprebbe dire in che anno siamo?”
“Ho perso il conto del tempo passato, tutti noi ricordiamo di esserci svegliati qui come da un sogno. Di certo siamo partiti al più due anni fa, nel giorno di Kasbis, terza settimana di Bacal dell’anno dopo Fondazione 2562”.
I cavalieri alzarono le visiere guardandosi l’un l’altro.
“Si… Si… tutto torna… la Stasi… la Stasi non ha funzionato… o meglio… ha funzionato in maniera imprevedibile”.
Il vecchio continuò: “Sono l’alto mago Kànda di Jensuvil, capoluogo delle Isole Pezzate. Mi dispiace informarvi che non siete nel piano di Jagd, ma nel piano di Alinox, e corre l’anno 3137 antica datazione, o come dite voi dopo fondazione. L’anno attuale è l’80 era Comune e sono passati quasi seicento anni dalla vostra partenza”.

Urla squarciarono il campo dei sopravvissuti, bestemmie in tutti i dialetti del Firemain e imprecazioni ai Superni, al dio Gallina, al dio Thelm, a Thor Bannatore, al Profeta e alle Stelle, maledizioni al Modernismo e al Prosperismo.
Mentre gli uomini si gettavano a terra stringendosi la testa e piangendo, Joserèn ebbe modo di assaporare finalmente una delle sue ultime fumate di puro tabacco meraludita, vizio - e lusso - di famiglia.

Atto IV - Una nuova casa - 82 e.C.

Due anni ulteriori passarono da quella terribile notizia. Il malcontento e la disperazione vennero soppiantati da una nuova missione, un sacro ordine a cui ogni soldato avrebbe dovuto obbedire. La loro città era cenere, le loro famiglie erano cenere, i loro figli erano cenere. Se Skemàs era affondata, allora bisogna fondare una nuova città e, in qualche modo, ricominciare a vivere.

Molte avventure passarono questi uomini in quei due anni. Scoprirono che molti persone che abitavano quel piano erano eredi di persone che avevano abitato nella loro stessa epoca e nel loro stesso piano. Era come se per loro il tempo si fosse fermato di seicento anni.
Non era facile, ma non era facile nemmeno adattarsi a questo nuovo mondo, così differente da quello a cui erano abituati.

Il segno che aspettavano arrivò presto, durante una spedizione riuscirono a scovare una bestia maestosa, come mai prima se n’erano immaginata. Uccisa, la testa senza vita cascò verso il mare, dando una direzione da seguire a tutto il gruppo. Cibandosi delle sue carni e del suo cuore, gli uomini acquisirono una forza e una vitalità come non sperimentavano dall’inizio della giovinezza. La fondazione poteva iniziare.

[Da qui in poi continuerò a breve perchè riguarda il luogo di fondazione :man_shrugging: Ma la conclusione vi piacerà assai spero!!!]]

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