[GDR] Il tracollo di Uhaya

“Quindi non ci sono navicelle o anche una semplice automobile a levitazione?”.

Ciò che disse la signorina Sakai stupì il carovaniere.
Il M.E.R.Z., il F.U.J.I. e molti altri “nobili scopi” stavano lentamente disgregando i suoi conti bancari a Spes. Ancora un mese e probabilmente avrebbe dovuto dichiarare bancarotta.
Tutte le sue proprietà a Spes avevano reso, M.E.R.Z a parte, una ridotta quantità di denaro.
Solo quest’ultimo era riuscito a farla sopravvivere per due anni, sempre arrivando quasi al lastrico a ogni rata per i materiali.
Le Montagne di Cor, dove voleva recarsi, sarebbero state ideali per scappare dai debitori.
“Sicura di star bene, signorina?” disse il cocchiere scendendo dalla carovana.
La ragazza annuì e bisbigliò qualcosa a un suo scagnozzo.
Lui semplicemente si scagliò sul cocchiere, non se ne ebbe più notizia.
Il carovaniere a quel punto decise di non farla pagare e di obbedire a ogni suo comando.
Arrivò a Cor verso sera del giorno dopo.
Subito si premunì di esaminare ogni possibile annuncio di casa in vendita o anche di un semplice magazzino dismesso da occupare abusivamente. Necessitava una locazione il più nascosta possibile dagli occhi degli spessiani.
I pochi insediamenti che erano stati fondati non le avrebbero dato abbastanza protezione, di sicuro l’avrebbero rispedita a Spes in cambio di qualche zenar.
Che fare dunque?
Dopo due settimane all’avamposto, dentro una baracca nel Fondo delle Pulci, Uhaya era ancora in cerca di una sistemazione migliore.
Sperava in questo Piano di vivere delle sue idee, di inseguire il sogno di non essere più annoiata.
Invece si ritrovava nella più profonda noia, in una casa in rovina e senza uno zenar.
I suoi scagnozzi l’avevano abbandonata e si erano dati alla bella vita rubando come sapevano fare.
Sempre meglio che prendersela con la povera aliena, pensò Uhaya.
Le sue orecchie a punta davano nell’occhio e qualcuno già mormorava una serie di frasi in sua presenza:
“Orecchie a punta, senza soldi, finirà a vendersi per qualche zenar”.
“Finirà male” pensò l’aliena, cercando di rimanere in casa il più possibile per paura di essere trovata dai debitori o da qualche malintenzionato.
Il mormorio un giorno si placò, sostituito da un annuncio fatto da uno strano uomo in un lungo abito nero, adornato con l’immagine di una colonna bianca e di un sole, bianco anch’esso.
“Il giorno è arrivato! Il Monastero di San Enkuud annuncia la sua opera di carità, saranno distribuiti pasti caldi a chiunque ne necessiti!” esclamò l’uomo dal sotto della sua barba.
Uhaya uscì dalla baracca e si diresse verso la folla che accorreva a ricevere quella carità, erano sopratutto gente del suo quartiere.
“Avete qualche farmaco? Mio figlio sta soffrendo di una brutta polmonite, morirà!” urlò una donna, cercando di farsi strada tra i poveri.
Il monaco prese dalla borsa che portava a tracolla una piccola fiala, contenente giusto qualche goccia di uno strano liquido verdognolo.
“Questo cresce nella Savana, è un estratto di spezie, potrebbe aiutarlo. Se la malattia dovesse peggiorare, lo porti al Monastero, lì potremo almeno assicurargli l’entrata alla Niuop Celeste”.
Questa frase inquietò Uhaya, ma si ricordò che il Piano era tecnologicamente primitivo e lontano dall’ateismo e dal completo materialismo del suo Universo.
La donna iniziò a piangere, ma ringraziò per la fialetta.
“Siamo tutti fratelli in Enkuud e destinati alla Niuop Celeste, dopo la distribuzione del cibo verrà celebrata la preghiera” esclamò un suo fratello, mentre distribuiva una razione di zuppa.
Ammirò la gentilezza dei monaci, forse loro avrebbero potuto aiutarla o meglio farla sparire da eventuali minacce.
Nonostante si sia sempre professata atea, come era normale nel suo pianeta, si sentì attratta da quei monaci. Non era un attrazione per il fisico possente di quegli uomini, temprati dalla vita nella Savana, o dalla semplice gentilezza dei loro atti.
Era proprio per il fatto che non ebbe mai approfondito lo spirito nel suo mondo che in quello sentì una fascinazione per il Monastero, nonostante non l’avesse mai visto.
Mangiò la zuppa, dove navigava un osso con ancora della polpa attaccata, non la saziò ma si sentì grata di averla ricevuta dopo giorni a pane raffermo racimolato qua e là nel Fondo.
Una processione iniziò dal Fondo verso i campi, dove via via accorrevano fedeli.
Si poteva dire che la fede mancasse in quel mondo da come veniva accolta la processione.
Mentre passavano i monaci reggevano l’icona di San Enkuud, un uomo dalla barba bianca, su una colonna, con gli occhi che, così dipinti e profondi, ti seguivano per scrutarti.
Iniziò un profondo canto in uno strano dialetto del denai, la folla si limitava a ripetere solo il ritornello della salmodia. Uhaya aveva problemi con queste forme dialettali, in quanto si accorse fin da subito di saper parlare il denai ma non comprenderne i dialetti.
I mantelli dei monaci si scossero al vento come il grano di quel campo dove, appena finita la mietitura, si era radunato un gruppo di persone in attesa dei monaci.
“Siete solo eretici, al cospetto di Uhle siete solo dei dannati eretici!” urlò un uomo baffuto, vestito di tutto punto.
Era uno dei predicatori, Uhaya li conosceva bene perché spesso bussavano alla sua porta a Spes per chiedere se potevano leggerle dei passi del Libro delle Verità.
Il monaco che distribuiva la zuppa rispose all’uomo con un sorriso.
“Siamo tutti figli di Enkuud, cosa può un uomo come te in confronto al Segreto?”.
“Segreto? L’unica cosa Segreta è da dove proviene la vostra carità! Dite di essere poveri eppure ogni giorno distribuite la zuppa gratuitamente…”.
“Sta scritto: “Ha donato pane all’affamato e acqua all’assetato”, da quanto tempo gli uhleisti non donano cibo ai poveri e ascoltano i loro tormenti?”.
“La vita di ogni fedele è devozione e carità! Voi non fate altro che becero modernismo aiutando briganti e infedeli quando potrebbero benissimo muovere il fondoschiena e lavorare per l’avamposto!”.
“Non siamo forse tutti figli della parola di Enkuud?”.
Al che il baffuto si zittì e scosse la testa, lanciò un’occhiataccia a Uhaya.
“Vi portate appresso pure quella delinquente, non passerà molto che non ve la passiate all’interno del vostro monastero”.
Uno dei monaci si avvicinò a Uhaya e le sussurrò:
“Non badare a lui, non vive nell’amore perfetto del Segreto”.
Ne fu tranquillizzata, ma decise comunque di affrontare il predicatore.
Fece un bel respiro e annuì.
Camminò spedita verso il predicatore, scansando le persone che la guardavano aspettando una sua risposta.
“Intanto quello che ieri girava per il Fondo in cerca di puttan…”.
Scivolò su delle feci di daino e cadde su un monaco.
Lui, con Uhaya tra le braccia, non aspettandosi il peso della ragazza, perse l’equilibrio e cadde sul fratello che reggeva l’icona.
In un attimo pure quel monaco perse l’equilibrio e gli scivolò l’effige del Santo dalle mani.
Dopo un volo di mezzo metro essa colpì il predicatore in testa e si strappò.
Il predicatore, con l’icona al collo, svenne per il colpo.
“Scusate…” sussurrò la ragazza impietrita alla folla che la guardava.

6 Likes