[GDR] Tutto tranquillo alle Oltreterre Occidentali

Aria stantia, cenere a terra, i drappeggi bianchi e cremisi stanno immobili sopra le librerie straripanti della stanza; sulla sedia dietro la scrivania, seppellito sotto montagne di scartoffie, siede Alheìn, come morto, la testa adagiata sui fogli, morbidi cuscini, alle sue spalle la luce del tramonto, polverosa come la stanza, filtra appena dagli scuri socchiusi, da sotto la porta di legno massiccio s’intrufola, lieve, l’odore nauseabondo della lavanda. Sospira. S’alza, va al mobile di noce di fianco alla porta, ne apre una delle ante di vetro sabbiato. Prende la bottigilia di skebànku e uno dei bicchieri larghi e piatti, finemente lavorati, assieme al calamaio d’inchiostro color granata. Torna alla scrivania e fa un po’ di posto spostando le carte. Appoggia la boccetta e il bicchiere, poi apre il tappo, dorato, e si versa un po’ della bevanda. Si accascia di nuovo sulla sedia, prende penna, foglio e inchiostro, parte a scrivere.
Due parole, tre. Inizia a salire la luna, il sole è quasi scomparso sotto le dolci colline viola e ghiacciate. Quattro, cinque, sei. Continua a scrivere. Tira l’inchiostro col fianco della mano, impreca sottovoce, accartoccia il foglio ormai rovinato e lo butta. Guarda l’orologio. È quasi ora. Si alza e va a cambiarsi, mette le vesti ufficiali nubjàne, leggere - più appropriate per le distese semidesertiche del Toreke centro-orientale che per il freddo dell’Isola Dimenticata. Deve procurarsene di nuove, pensa. Chiederà a Charles, tanto oramai c’è pure lui lì a Fusdùr. Apre la porta e si dirige a palazzo, nel taschino la stilografica, piena del suo solito inchiostro. Bussa, entra, saluta, ringrazia. Si siede, in leggero anticipo, sul suo posto al tavolo. Tira fuori qualche foglio, butta giù qualche altra idea per l’editoriale del giorno dopo. Rimette le mani fra i capelli. Quanto lavoro, quanto lavoro. Anìnekis vanùl, anìnekis vanùl. Gli si avvicina un fondatore, non lo riconosce. Troppo skebànku, riesce a pensare. Lo skemàsiano gli offre una sigaretta di lavanda, lui rifiuta cortesemente. Sa che la stanza comunque se ne riempirà presto; da pochi giorni qui, appena tornato dalla Terra dei Fochi, e i fusdùriani sempre a fumare, fumare, fumare. Sembrano le ciminiere della Parmarèjon. Domanda frequente come facciano, ma non stasera, al galà, già lobotomizzato com’è dall’acqua dorata. Arrivano i primi ospiti nella stanza a fianco, lui continua a scribacchiare. Entrano. Si presenta rapidamente, com’è solito, torna al posto, attende. Pian piano arrivano tutti - sarebbero volti noti, se non avesse bevuto così. Aver girato il piano - per Kaskemas, girare il piano, come continua a fare, e grazie ai Superni lo fa, così può sfuggire a quella maledetta lavanda - ha i suoi vantaggi. Iniziano a mangiare, da fuori si sente appena un brusio. Curioso, ma non sembra niente di grave. Certo non si vede nulla, tra l’aria fumosa. Già arrivati al dolce, incredibile. Efficienza quasi modernista, davvero. La conosce bene, lui. Josèren - o almeno crede sia lui, ha un vago ricordo della disposizione dei posti nonostante lo stato in cui versa - s’alza e porta gli altri invitati da qualche parte. Alheìn, stanco, si limita a salutare e torna a casa. Tranquilla, questa cena, dice, tra sé e sé. Si sentiva tanto parlare di un possibile attacco, eppure non sembra essere successo nulla. Finalmente un numero de L’Urlatore tranquillo, niente nuove guerre, niente spargimenti di sangue. Che gioia. Si stende sul suo letto e va a dormire, felice per il giorno venturo. Già si prefigura il bel titolone della notizia principale: “Tutto tranquillo all’avamposto occidentale”. Bello, bello, davvero.

Micro-glossarietto Denai

Anìnekis = pietà (lett. “dolore esterno”, inteso come “per l’altro”)

Altra opzione era enkùkis, “amorevole dolore”, ma mi suonava peggio, oppure un qualcosa usando “sentimento” ma sarebbe uscita una parola lunghissima

6 Likes