Mortali Immortali - Capitolo IV

Indice

  • Capitolo I
  • Capitolo II (Prossimamente)
  • Capitolo III (Prossimamente)
  • Capitolo V (Prossimamente)
  • Capitolo VI (Prossimamente)

Premessa: Capitolo da considerarsi come GDR allegato all’imminente richiesta di upgrade di BoP al Livello I. Come detto nel Capitolo I il Mito di Fondazione è più vasto (e io devo avere pure tempo e ispirazione per stenderlo un po’ alla volta), ma questa è la chiave di volta del fatto, ON-GAME. Se i ragazzi di @BopVille vogliono partecipare scrivendo la prospettiva del loro PG sullo scontro, ben venga.

Il corso di quasi un anno è troppo breve perchè tutte le fasi della titanica pugna che riportò gli Unionisti a sentirsi popolo possano essere note in tutti i loro particolari. Durando ancora, il conflitto coi Pote, manca la versione della parte contraria, e la verità, nella storia delle guerre, come nelle liti incruente, non può scaturire se non dal paragone delle opposte affermazioni.

A tratti appare sfavillante ai bagliori delle poche torce che illuminano l’ambiente, quasi venisse irradiato dalla luce concitata delle fiammelle e sfumato fra le ombre proiettate dove la stessa non arriva. Veste, Seràc, quasi, da Imperatore. Indossa un’armatura a placche media, in acciaio scuro, quasi corvino, imbrunito, sfumato e rifinito di un dorato acceso, il colore dell’oro solcato dal fuoco, del forte di una fiamma di Drago fra una Nebbia d’Oblio. E’ in sella del suo Purosangue Morello, Castano, bardato e corazzato coi colori di Casa Àlikos Resolàn, sella e bisaccia scure, rifinite del rosso del Sangue. Alza il capo al cielo che si diluisce in vaghe sfume d’ambra per istanti, nasce un espressione greve, oppressiva, al contempo decisa e incalzante nel merito della sua responsabilità. Inspira, guarda quella polsiera per attimi. Va dunque con lo sguardo sui Cavalieri che lo affiancano.

Itarèn Turov, Altàr Simoc, Samivul Máserjosul, Ednù Deàn, l’ultimo Tanèk, Anbòpu Delu, Endù Jak, uno degli Araton, Thaddeus II Lumdalvenès. Uomini dalle storie più disparate.

Respira con regolarità disarmante. Sente la pressione addosso, è fasciato da un possente e pulsante senso di tirannico disagio, lui che non è soldato, che mai lo è stato.
Nulla si muove sulle strade polverose che venano di bianco i freschi prati della conca contornata di monti fra il Toreke Occidentale e le Paludi con cuore Torske, ove l’avanzata degli Unionisti è bloccata dai Pote. Il nemico le vede e le batte, quelle strade, ed esse, deserte, snodano verso i paeselli abbandonati il loro sottile nastro senza vita, sbocconcellato dai colpi delle staffe magiche e degli onagri leggeri, che rasenta rovine di cascinali dalle quali si spande ancora un odore di stalla e di fieno. Vi sono paesaggi in cui questa solitudine sinistra della battaglia sorprende sempre, e pesa, e affanna, e angoscia, come il segno più evidente di una truce desolazione delle cose. Pare che sulla terra rigogliosa e abbandonata gravi un senso misterioso di accasciamento e di terrore. Tutto è fermo, raccolto, aspettante, spaurito, oppresso. Tutto meno gli occhi insanguinati di quegli otto uomini davanti ad altri mille cavalieri. Ancora niente di mitico, non Draghi, non Anfitere, solo un paio di staffe in legno di larice ruvide ed appena incurvate, con emissioni di fuoco passionale sulla sommità. Cocci di mondi perduti uniti dalla ricerca di una nuova casa.

Dopo un rallentamento durato tre giorni, causato dalle nebbie e anche dai preparativi per un’azione più violenta, il bombardamento magico ha ripreso con un vigore maggiore. Dalle anse dei fiumiciattoli che sgorgano nel Mar Grigio l’attacco Unionista non ha avuto mai sosta, ma la sua intensità ha variato. A fasi di assestamento sono succedute fasi di impeto, sempre più vigorose. L’offensiva di quella linea di fuoco a salvaguardia di una delle regioni più fertili e strategicamente in preminenza del nuovo Piano risulta paragonabile allo sforzo costante del lottatore che ha avvinghiato l’avversario e che, nella tensione continua dei suoi muscoli, ha ogni tanto uno scatto più vivo, un sussulto più forte, un colpo di spalla più energico. Dalla difesa accanita, quasi guerriglia, quei mille Cavalieri sono passati all’attacco a poco a poco, giorno per giorno, irresistibilmente ma gradatamente, e l’azione contro le forze enormi che erano opposte ha avuto ed ha i caratteri della pressione, non quelli dell’urto.

“Sono quasi due secoli che il mondo vive sull’orlo di una nevrosi isterica. Tanto volume e niente di realmente monumentale, un’Era, quella di Karaldur, che ha visto l’adagiarsi decrepito di tutti sulla Storia. Sembra che usciti dalla Quinta Spes gli uomini abbiamo scordato il loro intento principe…”

Sfuma, Seràc, tacciando il modulare vocale di una nota da scalpello, troppo secca, musicale solo sulle vocali.

Ogni scelta poteva portarvi, portarci, vicino al centro o spingervi, spingerci, in una spirale verso l’esterno, verso la follia. Io dico basta Follia. Se diecimila di quei barbari non ci fermeranno, oggi, cambieremo il Mondo. Non fatevi abbattere, cancellate gli errori col loro sangue.

Il fono non è alto, imponente, non strombazza il tipico discorso d’incitamento. Lineare, chiede ai suoi di dare un senso al mondo, privando, di sottineso, tale istanza di connotati morali.

Turov, per primo, scatta. In sella al suo Appalosa nero, bianco con sfume bronzate, scardina il silenzio con un urlo dirompente, deflagrando colpi di staffa a destra e a manca sotto il mezzo mantello porpora e chiuso in un’armatura leggera di bronzo. Tutti gli altri lo seguono. Tanèk corazzato in diamante crepato da residuati magici di colore violetto, un tutt’uno col possente razza Gèrmjan, brandisce al cielo un martellazzo piombato lungo un metro e mezzo con lo spuntone di una picca a supporto di carica, gridando, in Denai:

“BANNA’!”

I due Endù, Jak e Deàn, affiancati, con flysse in ossa di drago, vocalizzano qualcosa in Lumiano passando oltre il Simoc e il Delu, che al trotto, protetti da meraviglie d’ingegneria in acciaio e pietra lavica usciti da Zarìa e dagli ultimi reparti di Granatieri, quasi controvoglia fingono di scatenarsi. Ma è Samivul Máserjosul a rubare la scena, con un cucciolo di Drago imbardato d’acciaio sul retro del Trakher nero velocissimo, letterale bocca di fuoco di supporto. L’Araton scavalca spinto da pozioni di velocità, appiedato, la seconda linea di Cavalleria, brandendo una trivella mobile elettrizzata che sfulmina l’oscurità serale di bagliori. Thaddeus infine macina tacche di terreno a bordo di una biga condotta da Marwari antracite steccando dardi da un arco magico, concentrico rispetto la carica.

Una corsa infinita, coi Pote e il loro amaranto variante che all’ultimo appaiono, come un muro. Poi il contatto.

Mille Unionisti da quattro Ere differenti. Diecimila Pote di Alinox. BoPville sarà fondata un mese dopo, per celebrare la Conquista.

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