Scheda Cittadina: Svartsteinn

  • Nome città : Svartsteinn

  • Coordinate : X -10600 Z -300

  • Governo : Timocrazia

  • Progetto : Una serie di roccaforti che sorgono sui pendii di una scogliera

  • Membri : TemplareArrapato, NepaleseArrapato, ShiptaroArrapato, AlbaneseArrapato, NorrenoArrapato, HEXPENSIVE, Nb1, StranieroDiElea, N0CIVO, AndreItaGames04

  • Resoconto dello Speziale : Mi misi in viaggio molto tempo fa; membra stanche si trascinano perpetuamente sul suolo di una mendace terra: i miei compagni più fedeli e leali, conoscenza e curiosità, sono ciò che permettono il protrarsi del mio incessante operato. Il mio nome non è dato saperlo; appellativi e simili sono giudicati - dal sottoscritto - imputabili alla stasi e alla mancanza di mutamento: due condizioni che renderebbero impossibile la pratica lavorativa; ma ciò non implica che, per convenzionalismi o altri metodi, la gente mi abbia assegnato l’eteronimo di “Speziale” in virtù della mia professione. Il vento - un potentissimo signore dal corpo invisibile e minuto - mi conduce e guida dove ritiene sia più opportuna e necessaria la mia presenza; Spes - immemore luogo di ingnavia, inganni e sotterfugi - non pare che uno sfumato ricordo in presenza del perpetuo tempo che scandisce regolarmente l’esistenza a cui noi tutti siamo involontariamente associati; dunque, prima qui, poi là; poi indietro e avanti, e così via per come è stato, è tutt’ora e sarà sempre. Tale non è, tuttavia, il mio personale intento in questo resoconto: un popolo atipico vive in un’antica rocca sorta sui faraglioni e pendii; ostile agli altri, ma premurosissimo verso se stesso; rozzo e assassino in apparenza, ma leggiadro e avvenente nella sfera più intima e personale. Ed ecco, dunque, Svartsteinn; l’oggetto di questa breve trattazione scritta che spero - in contrario con quanto sostenuto fin’ora - che resista al corruttivo divenire del flusso temporale. Già menzionata è l’estrema chiusura e opposizione mostrata agli stranieri, e io non ero eccezione: seguendo sentieri scoscesi sul bordo del salino e nebbioso mare, l’utensile più prezioso era il mio bastone, che forniva ausilio sul percorso da seguire; a un tratto, però, parmi di sentire un suono estraneo al colpire lento e costante delle onde sulla scogliera: un urlo, aspro di dolore, tuonava nella notte; l’eterna mia amica, curiosità, prevalse; e decisi di indagare circa la misteriosa ma limitrofa presenza del mio udito. Un giovane - biondo pareva, e di bell’aspetto - giaceva a terra, immobile; lo approcciai e, immediatamente, il sibilio repentino di un dardo sfiorò il mio vecchio orecchio; il giovane, ancora steso, incominciò lentamente a tossire, quasi fosse un antico meccanismo riattivato dopo secoli, e in un istante spade e lance circondavano il mio collo, impedendo ogni movimento e - a stento - il respiro medesimo. Falotiche parole farfugliate in un idioma che mai sentii in tutti i miei ameni viaggi rimbombavano nella più scura e nera notte: taluni urlavano, altri ancora piangevano, qualcuno - invece - restava in silenzio e guardava a terra, come se rassegnato a una rea sorte; un uomo emerse dalla filtra coltre argentea: alto e barbuto, il corpo temprato dalle avversità, la pelle coriacea e marcata dallo scorrere della vita, ma marmoreo e vigoroso come un toro, bisbiglia a un suo compagno più giovane e minuto, ma altrettanto agile e repentino; questi fa un segno con la testa e - con passo svelto - si dirige verso me. Un’occhiata fulminea mi viene rivolta, e poi al giovane, infine nuovamente me: un gesto e le armi vengono abbassate, gli assalitori ritornano nelle rigorose formazioni, senza esitare o produrre suono di alcun tipo; la mia sacca viene aperta: il ragazzo, incredulo, mi fissa, e senza proferire parola indica il giovane a terra, assistito da alcuni nel respirare. Mi muovo, la mia statuaria posizione interrotta: comprendo come mi sia lecito agire; il ragazzo, pallido e sudato, gemeva, il suo volto illuminato dalla flebile luce delle torce pareva in agonia. Mi accovaccio e lo osservo, ed ecco il colpevole: sangue sgorgava da due fori sulla caviglia, oramai gonfia e violacea; un serpente, certamente, ma quale? Se prima ottenne il primato sull’agire la curiosità, ecco che questa venne rimpiazzata dalla conoscenza, la cui veridicità poggia sulle fondamenta di una lunghissima vita ricca di esperienze empiriche; con poco sforzo, riconosco a chi possa essere imputabile lo strazio del giovane e - forse per provvidenza divina, o magari per una fortuna che oggi mi arride - ho gli ingradienti per sintetizzare un antidoto. Mortaio e pestello macerano erbe; un odore piacevole, fresco; aggiunta la poca acqua necessaria per formare la soluzione, sono ricompensato con un fluido verde e denso; “Ora è il mio turno”, penso tra me e me, nel mio eterno soliloquio: mi sfilo la sciarpa rivolgendo uno sguardo al colosso e poi alla ferita: questi intende subito e si appresta a cingere la caviglia delle sofferenti membra puerili; io, d’altro canto, porgo la mia ciotola al giovane e lo incito a bere. Dopo ciò che sembrava un infinito trascorrere, egli pareva tranquillo e sereno, come se colto da un sonno improvviso; il suo respiro, oramai regolare, scandiva il gonfiarsi e l’impicciolirsi del suo petto; ma ecco che dopo essermi eretto nuovamente - senza alcun avviso - mi trovai due lance puntate alla schiena. Volevano andassi con loro. Li seguii: non per scelta ma per obbligo impostomi; poichè il mio lavoro era stato compiuto, non avevo ulteriore motivo di restare in quel luogo. Ci facemmo strada attraverso l’argenteo velo, i raggi della luna che riflettevano sulle minuscole gocce componevano un’armoniosa tela chiara e impalpabile; e poi, raggiunta la sommità della collina, ecco la mastodontica fortezza: fusa tra rocce e stabile per arcani calcoli a me estranei; il portone, paradossalmente silenzioso, si aprì, e tutti entrammo al di là della gargantuesca cinta muraria. Il giovane che soccorsi, sorretto dai suoi compagni per le spalle ma ancora addormentato, sussultò all’urlo sorpreso di una donna; la quale corse verso lui e gli lanciò le braccia al collo, con lieto solievo; una simile vista mi riuscì a smuovere un sorriso - un avvenimento pressochè raro, vista la mia personalità stoica - e mi rese felice di poter aver salvato una vita. Attraversammo tutto il cortile, e venni condotto in una magnifica sala sfarzosamente adornata: pregiati araldi pendevano dalle pareti; al centro della stanza un braciere ardeva, ma ciò che suscitò di più il mio interesse fu il lungo simposio stava avendo luogo e il surreale silenzio che regnava su esso. Gli ospiti, alla nostra vista, si voltarono, allarmati; allorchè l’energumeno si fece avanti, continuando a pronunciare parole di cui ignoro il significato: esultarono, e nella stanza in cui poco prima si poteva udire lo scricchiolare del legno durante la sua combustione, ecco che fu riempita da chiasso e clangore. I miei stessi sequestratori smisero di puntare le picche alla mia schiena e si unirono ai festeggiamenti; ma io, stremato dallo sforzo e dal clima ostico, svenni. Il giorno dopo mi svegliai tra le tiepide coperte di un frugale ma morbido letto; la stanza in cui mi trovavo, nonostante fosse costruita di pietre rozzamente cesellate e incastonate l’una sopra l’altra, appareva comunque accogliente e ospitale; al mio fianco, poggiata su un tavolo, c’era la mia sciarpa, insolitamente pulita; dalla sola finestra, barrata da feritoie, si poteva scorgere l’infinito orizzonte marittimo, che si protraeva fin dove i miei occhi potessero mirare. Come già ho menzionato, per me non sussisteva più motivo a rimanere in un luogo simile: avendo infatti portato a termine il mio compito, era ora di partire nuovamente; tuttavia la porta per uscire era chiusa. Insistere o tentare di forzarla, pena l’aggravarsi della mia fragile costituzione, non avrebbe prodotto alcun risultato; tuttavia, poscia che mi sedetti sul bordo del letto, il giovane che salvai la sera prima fece la sua comparsa: vestito di una serica tunica purpurea che presentava ostentati motivi dorati che correvano lungo le spalle e per le maniche, fino ad arrivare alle ginocchia; a sorreggerlo, un elegante bastone dall’eburneo manico e legno esotico. Al suo fianco, invece, una figura più anziana, vestita in lucente armatura, al collo era avvolta un’irsuta pelliccia di colore scuro, sotto la quale fuoriusciva un mantello cremisi pregiatissimo, capelli grigi per l’età scorrevano verso una barba altrettanto lunga, il volto, segnato da cicatrici e rughe, impassibile. “Straniero” - disse con voce austera e imponente il vecchio - “A KarakNorn le persone simili a te sono cacciate via, torturate o uccise sul posto” - continuava - "Ma senza il tuo ausilio, mio figlio sarebbe sicuramente morto. “Il tuo intervento fortuito, e forse divino, ti è valso la vita” - si prese una pausa, e abbasso lo sguardo superbo per un istante, chiaramente estraneo a questo tipo di evenienza “Come posso ripagare il tuo comportamento? Soldi, spade, donne?” Risposi: “Sapienza”, poichè non vi è bene maggiore se non la conoscenza propria di sè e del mondo che ognuno circonda. “Sapienza?” farfuglio il vecchio, quasi offeso dalla mia risposta. Sbuffò. “Sapienza avrai, se la desideri”, e detto ciò si voltò e borbottò qualche breve parola al figlio, andandosene. E questi, “Venite, vi condurrò nei vecchi archivi” e inizio, zoppicante, a camminare. Dai suntuosi corridoi del castello, presto cominciammo a scendere nei più angusti meandri della biblioteca, ragnatele e polvere erano le dominatrici di questo regno fatto di carta e inchiostro. Mi fece segno di accomodarmi all’unico tavolo presente nella stanza: “Facciatemi sapere qualora le vostre ricerche giungano a buon fine” - esitò - “e… benchè mio padre si dimostri burbero e di poche parole, se vorreste un posto a KarakNorn, vedrò di farvelo ottenere…”; e uscì, lasciandomi sperduto tra pergamene e tomi antichi. Mi guardai intorno, spaesato, ma notai un libro la cui rilegatura era finemente intessuta e decorata; lo presi, e il titolo leggeva “Saga þar Til KarakNorn”, ed era redatta in linguaggio che studiai solo sugli antichi sistemi di filosofi, quando ancora ero uno scolarca. Per fortuna, se la lingua parlata mi pareva incomprensibile (specie perchè non la udii mai), la scrittura - nonostante le prime difficoltà a richiamare conoscenze e ricordi così lontani - era leggibile e scorrevole. “La Storia di KarakNorn fin’ora”, era il titolo tradotto, e - constatando le misere condizioni in cui versava la libreria - posso dedurre il “fin’ora” possa risalire ad almeno una generazione precedente; poco importa, pensai, e indugiai nella lettura… KarakNorn si presenta come atipica e radicalmente diversa da tutti gli ordinamenti correnti: il primo volume del libro è costituito dalla teologia, la quale vede due divinità estreme e opposte: Durin, padre e Dio della Guerra, del Conflitto; e Kyra, madre di tutte le cose, nutrice, Dea della Pace e della Prosperità. Nei loro opposti, tutto è generato e tutto si sviluppa: l’armonia è data dalla tensione perpetua tra gli estremi, in virtù dei quali ognuno definisce l’altro; il concetto di “bene”, per esempio, si può definire tale solamente grazie al “male”, il quale, proprio essendo “male” separa cosa sia giusto da cosa sia sbagliato, e di conseguenza è condizione necessaria affinchè il bene esista; viceversa, il “bene”, definendo cosa sia buono e giusto, separa cosa, invece, non lo sia. Questa condizione di conflitto ed equilibrio eterno sono ciò che caratterizza la totalità del mondo: così come Durin, dio del conflitto, è ciò che separa e distrugge; ecco che Kyra, dea della pace, unisce e cura. Guerra e armonia sono dunque condizioni dell’esistenza di tutti gli enti del mondo; ma ciò si può estendere anche per quanto riguardi l’ordinamento politico e la condotta di vita stessa. Il secondo volume è infatti espresso come concernente l’ambito dell’educazione l’agire etico: Il cittadino di KarakNorn è addestrato fin dalla giovane età all’arte bellica; i figli, raggiunti i 6 anni, vengono affidati dalle madri ai maestri d’arme della città; i quali provvedono a fornire addestramento fisico e, soprattutto, resilienza mentale a stress, paura e tutto ciò che possa essere nocivo a un guerriero; ricevute le nozioni basilari, i fanciulli - al docicesimo compleanno - sono trasportati su un Drakkar e lasciati su un’isola nelle vicinanze della fortezza: armati di ingegno, fratellanza e disciplina, collaborano reciprocamente per tornare alla terra natìa; ciò viene attuato per favorire il più possibile l’importanza della collaborazione e la versatilità alle condizioni in cui un Norniano (così soliti definirsi) deve agire. Morti o dispersi sono considerati e accettati come parte necessaria del processo, favorendo la qualità sulla quantità. All’età di 18 anni, l’addestramento basilare del Norniano è concluso ed è libero di scegliere se poter continuare la carriera da soldato - eventualmente scegliendo una specializzazione riguardante un’arma o un’arte - o la sua libera professione, pur mantenendo costantemente attivi e aggiornati gli insegnamenti ricevuti. Il cittadino, dunque, agisce in virtù di questo atteggiamento manicheo: bianco o nero, pace o guerra, vita o morte; la via di mezzo non è contemplata e, anzi, è ripudiata e rifiutata, giudicata come fonte di infiacchimento e mancanza decisionale. Occorre notare che, sfogliando tra le pagine, è emerso come solo i cittadini che decidano di perseguire la carriera militare abbiano accesso alla vita politica; è su questa nota, infatti, che si apre il terzo libro, dedito a illustrare l’ordinamento politico della città. Quest’ultima si basa su un governo timocratico unico e in senso stretto: il censo è rifiutato, così come la proprietà privata (nei limiti giusti), e l’onore è il criterio fondamentale in virtù del quale si possa accedere al governo della città: solamente alle persone distintesi in guerra e per valore, coraggio e abilità strategiche è concesso l’onere di comandare. A KarakNorn, dunque, è presente un consiglio regolato dai più competenti al combattimento: il numero di membri può variare a seconda del momento e del periodo storico, ma si è soliti essere in 7, ognuno dei quali - di norma - predilige la specializzazione in un’arma a sua scelta, favorendo la giusta spartizione di punti di vista e più omogeneità possibile qualora una battaglia debba presentarsi; le decisioni del consiglio sono solitamente unanimi e sono imprescindibili: se si rifiutasse di sottostare alle regole di questi, si viene marcati come nemico pubblico della città, e la pena è solitamente la morte; ciononostante, l’imputato ha la possibilità di dimostrare il suo valore proponendo un duello a un membro del consiglio ma, vista l’abilità di quest’ultimi, si risolve spesso con la sconfitta dell’imputato. “Anziani” era la denominazione associata al consiglio da parte dei suoi cittadini - benchè l’età non sia necessariamente sinonimo di vecchiaia, in questo caso l’anzianità si declina come “anziano di esperienza sul campo”, veterano. Indugiai ancora nella lettura ma, privo di cognizione temporale, mi resi conto che la flebile candela poggiata sul tavolo era ormai in procinto di spegnersi, sul bordo di estinguere la sua vita nella stessa cera che aveva sciolto per le ore precedenti. Mi alzai, spossato dallo sforzo intellettuale, e mi feci strada nuovamente tra i cupi corridoi che conducevano alla biblioteca, fino a risalire negli addobbati androni; sul mio lento cammino, la medesima figura che incontrai la notte prima - il ragazzo che interloquiva con il gigante - era poggiato al muro, un piede a terra e l’altro piegato, il tacco a contatto con la parete; alla posa disinvolta si accostava una moneta in pugno: scagliata in aria dal pollice, ruotava su se stessa e tornava nuovamente verso il basso, nella sua mano. “Vieni” - bisbigliò - e senza nemmeno gettare uno sguardo alcuno, si voltò e mi fece segno di seguirlo. Cambiammo direzione due volte, di corridoio in corridoio, prima destra e poi sinistra, fino a quando arrivammo sul bordo del dirupo: uno stretto, ma apparentemente resiliente ponte, collegava il castello presso cui alloggiai a uno più minuto, posto su un’altro faraglione, ma di egual bellezza rispetto al primo. L’odore salino impregnava le mie narici, pungente e deciso, e poco dopo ci trovammo all’altra estremità. Entrati in questa seconda rocca, mi si presentò innanzi una sala vasta e ampia: mappe della regione adornavano i muri, scanditi periodicamente da armature levigate e scintillanti, sospese dai loro supporti; un altro focolaio in mezzo alla stanza riscaldava e forniva luce al cesellato ambiente che mi circondava: 4 figure sedevano innanzi a me, il loro tavolo abbondante di cornucopie, vino e cibo. Mi fermai, e il giovane che poco fa mi aveva accompagnato, si assise sulla sedia vacante; io, invece, scrutai meticolosamente, attraverso il denso fumo del focolare, volti già visti: il vecchio, burbero e austero, sedeva al centro; il figlio, ancora con il bastone, alla destra di questi; l’energumeno barbuto e colui che fino a quel momento era stata la mia guida, invece, erano rispettivamente e in quest’ordine a sinistra della figura centrale, occupando gli altri posti; alla destra del figlio, però, un nuovo soggetto faceva la sua comparsa: candida in viso, e una chioma dorata: il ribelle ciuffo puntava in alto, e una treccia percorreva la circonferenza del capo, per gettarsi dietro, dalle spalle fino al tergo; le mani, coperte da plumbei guanti, brandivano una daga in una, e nell’altra una robusta ma vecchia ed esausta balestra. “Fatti avanti, straniero” - disse il padre - “Mio figlio, Surak, nonostante l’apparente ostilità, ha portato buoni punti a suffragio della tua permanenza” - prese una pausa e bevve un sorso di vino dalla coppa dorata - “Le nostre spade e armature sono affilate e resistenti, ma la scarsità di tomi circa le arti taumaturgiche e mediche sono fonte di dolore e inefficienza bellica per il nostro popolo”. Si alzò il colosso, la sua stazza faceva impallidire il compagno accanto; proferiva, con voce possente, tuonante e severa: “Mi venne dato l’ordine di uccidere chiunque potesse avvicinarsi al castello” - e lanciò una fulminea occhiata alla fanciulla, balestra ancora in mano: “Ma il destino ti è stato favorevole: Sheeva ha mancato il bersaglio, e hai potuto dare prova della tua utilità”. Ribatte lei, con voce gentile e lieta: “La corda dell’arco si è sfilata, causando al dardo di venire scoccato prematuramente, ma stai certo che non sarà più commesso un simile sbaglio, in futuro”. A suo turno, si alzò il figlio il cui nome - detto dal padre poco prima - era Surak, gli abiti purpurei accesi dalla viva intesità del fuoco: “Non fosse stato per voi e Bart, la mia vita sarebbe sicuramente terminata in quel modo” - esitò per un attimo, puntando lo sguardo a lato con un’espressione di misera rassegnazione: “E per un Norniano, onore più grande è morire in battaglia, non tra le vili pesti velenifere”. Toccò poi all’ultimo rimasto, il ragazzo a sinistra del gigante: “Devi anche essere grato della premura di Dain” - farfugliò rapidamente - “Il motivo della tua convocazione, però, è un altro: risiede nella motivazione di Hamarr, che ha espresso poco fa come…” - e piegò leggermente il capo - “La nostra medicina sia arretrata”. Il vecchio - Hamarr, a quanto pare - riprese la parola: “Ed è per questo che ti chiediamo l’ausilio delle tue competenze” - si diede un’occhiata attorno e, vedendo i suoi compagni annuire, cominciò nuovamente: “Ti verrà fornito tutto il necessario: un laboratorio, ingradienti e cavie, se necessario” - dopodichè, ognuno si sedette; la ferrea compostura e serietà, tuttavia, lasciavano intravedere una lieve fremitazione in vista della mia risposta. “Sta bene” - affermai con quanta più sicurezza riuscii a convogliare: stavo contravvenendo alla mia morale, la quale praticai rigorosamente nel corso di una vita intera; eppure mi chiedo quale opportunità mi sarà mai concessa di analizzare un popolo la cui esistenza è ignorata perfino dai più gagliardi e avventurosi storiografici. Sollevati in animo e corpo, si alzarono, e mi scortarono nuovamente alla mia stanza, attraversando l’angusto ponte che collegava le due rocche. E questo è il motivo di come potei incontrare un’etnia così unica nel suo genere; dopotutto, che male sussiste qualora decidessi di dilungare la mia presenza un poco, in nome della sapienza?

12 Mi Piace

guarda che esistono gli spoiler bro…

Insomma, gente molto focosa/arrapata in questa città :slight_smile:

Hai narrato tantissimo, bravo :wink:

Ma se non l’hai letto

1 Mi Piace

Anche il ritegno, vedi di usarlo

2 Mi Piace

Ma tu chi sei? :^)

2 Mi Piace

mmmh un pesciolino a tutti?

1 Mi Piace

Qui non si tratta ne della mia ne della tua di attenzione… Si tratta di fare le cose giuste sul forum. Quindi invece di fare la capra, attieniti alle regole e posta in grazia di dio :slight_smile:

Nope, a me basta coltivare e portare amore :heart:… mi dispiace; se ti fa piacere però posso leggerlo tutto e farti un commento o recensione adeguato.
Fammi sapere :smiling_face_with_three_hearts:

Non dobbiamo farti sapere nulla, è tua la scelta se leggerla o meno, se non vuoi leggerla sei libero di non farlo amico mio.

3 Mi Piace

La storia millenaria di un popolo va raccontata con tutti i mezzi possibili

2 Mi Piace

Grazie infinite (●´ω`●)

2 Mi Piace

Bravi, bel gdr.

4 Mi Piace