Supernomachia Parte 1: L'Inizio della Fine

Origine

2904 d.F. - Eseldur

Zaubenor stava osservando la scena con attenzione, sotto la pioggia scrosciante. Eseldur era ormai distrutto: i risultati dello scontro devastante difficilmente avrebbero potuto sostenere vita più complessa di qualche insetto per diverse migliaia di anni. Dubitava persino che certi anfratti del piano fossero ancora capaci di sostenere una normale fisica. Ma erano vittoriosi.

Draith era finalmente sconfitto; avevano messo in ginocchio un Padre Superno. Certo, sarebbe stato più semplice se non avessero perso tempo ed energia per aprire il portale, ma molti dei suoi fratelli erano inamovibili sulla necessità di mettere in salvo gli eredi dei Jagdiani. A Zaubenor, ovviamente non gliene poteva fregare di meno di quelle scimmie ricoperte di vestiti, ma gli importava eccome di avere tutto l’aiuto possibile per piegare il Padre Corrotto. Del resto sapeva di cosa era capace un Padre Superno, e non aveva per niente voglia di fare la fine di Golud Gola.

Poi di colpo cambiò tutto. Draith, emettendo un ultimo gemito di sconfitta, andò in pezzi.

Prima una crepa nell’ossidiana che ricopriva il suo corpo, all’altezza dei pettorali. Poi un’altra ed un’altra ancora, mentre la lava e le fiamme smettevano di sgorgare dai suoi occhi e dalla sua bocca.

Alla fine la sua testa si staccò e cadde a terra, frantumandosi in migliaia di schegge affilate, ed il suo corpo si sbriciolò.

I superni rimasero tutti a guardare sbigottiti quello che avevano fatto. I Superni potevano forse morire?

“Non è morto” Zaubenor interruppe il silenzio, rivolgendosi agli altri superni. “La sua essenza è stata corrotta dai mortali e come loro è diventata fragile. Ed ora è in pezzi, distrutto dal nostro potere.”

Un mormorio si diffuse tra gli altri, finché non si azzardò a prendere la parola Sìpan Tèr.

“Allora dovremmo Imprigionare di nuovo i suoi pezzi! Se in qualche modo potesse riunirli? Se in qualche modo potesse tornare?”

Adegés si intromise: “Potremmo spargerli per la mia camera, così che nessuno li possa trovare mai più, proprio come i miei calzini!”

“Oppure potreste darli a me.” disse una voce proveniente da un Buco nel Mondo.

“Li porterò con me nel mio Reame del Vuoto, dove nulla è e niente può essere. Lì saranno custodite per sempre e al sicuro.” Gli occhi di Voidraven apparirono luccicando dal Vuoto tra i mondi, seguiti dalla sua bocca sorridente, mentre gli altri discutevano delle varie proposte.

Dopo una lunga discussione venne accordata la custodia dei frammenti a Voidraven ed i superni si affrettarono a consegnargli i vari frammenti.

Zaubenor, poco interessato a raccogliere l’equivalente supernico delle frattaglie, rifletteva invece sugli ultimi avvenimenti. Certo, era stata la viscida azione dei mortali a distruggere Draith, ma non poteva fare a meno di pensare a quelle crepe. E se in realtà i superni potessero morire?

In effetti c’era qualcosa di sbagliato da un po’ di tempo. A volte si sentiva diverso, la sua mente più debole, il suo acume meno affilato…

E fu in quel momento che pestò qualcosa con un piede. Un frammento di vetro di ossidiana, affilato e dal luccicore sinistro, poco più grande di un pugno. Zaubenor lo prese in mano e lo osservò attentamente, mentre all’interno continuava a luccicare un cuore di magma che alimentava una fiamma inestinguibile. No, i Superni sono davvero creature perfette ed immortali, e questo frammento, così diverso, alterato dal contatto con l’umanità… Chissà quali conoscenze arcane avrebbe potuto ricavarci. Chissà quali meraviglie. Zaubenor fece sparire il frammento tra le sue dita. Sarebbe stato di immenso valore per la sua ricerca.

In fondo era sicuro che i benefici avrebbero superato di gran lunga i rischi.


Nuvole all’Orizzonte

100 e. c. - Olimpo

Il Consiglio Supernico riunito oggi era particolarmente poco vivace; solo degli sparuti colpi di tosse e degli sguardi stanchi attraversavano la stanza.

Quasi nessuno aveva voglia di partecipare a quella riunione di ‘emergenza’, presi com’erano a gestire un sistematico indebolimento dei loro poteri. Se un tempo la Decadenza era un male dei pochi e dei sensibili, ora era una pandemia.

Tuttavia le sane abitudini erano difficili da uccidere, ed erano comunque tutti li.

Satardèl riempiva con silenziosa perizia i moduli di partecipazione dei rimanenti, Adegés aveva ritrovato il suo naso perduto dietro al divano e ora stava pensando di perdere qualche dito, Voidràvos si chiedeva perché diamine era uscito dal suo Vuoto. Lì almeno non doveva partecipare ad inutili riunioni

Il silenzio rimane li per un altro paio di minuti, poi Zaubenor entrò nella stanza, accompagnato da Vinekutòr e Translayton.

“Colleghi Superni…” Iniziò immediatamente Zaubenor portandosi al centro della stanza “Ho fatto convocare questa riunione perché sembra che solo io stia cercando una soluzione al male che ci affligge.”

“O forse sei l’unico che si illude.” Disse Voidràvos dal suo angolo, condensandosi momentaneamente in una figura umanoide “La Decadenza è una parte della vita dei Superni, così come tante altre cose.”

“Facile per te dirlo, Architetto del Nulla!” Rispose Zaubenor, con sguardo glaciale “Tu che sei protetto dalla fine solo per averci amoreggiato così tanto. Ma noi cosa dovremmo fare invece? Accettare passivamente la nostra sorte, come mortali al macello?”

Satardèl sistemò un plico di foglio su un lato della sua scrivania “Per quanto tu possa aver ragione o meno, Zaubenor, non c’è molto che si possa fare. Abbiamo già provato a limitare il nostro numero, e sembra che sia impossibile. O per caso pensi di conoscere la realtà meglio del Consiglio?”

“C’è sempre qualcosa che si può fare. Noi siamo i Superni! Noi dovremmo regolare il fato del Jandur! Invece state qui ad aspettare di morire come sirene nel deserto!” rispose quasi urlando, e osservando con palese disgusto i suoi simili.

“Non ho ancora sentito una proposta da parte tua. Noi…” Moradul lo guardò stancamente, ma venne rapidamente interrotto dalla sonante voce di Adegés. “Forse dopo il fiasco del coso Mai Nato preferisce evitare di fare cose troppo plateali, si?”

Zaubenor faticò a mantenere un’espressione neutra “Come osi lanciare queste accuse tu…”

“Dai Zauby, non mettere il broncio!” Adegés saltò giù dalla sua sedia in una perfetta parabola che si concluse sul suo fondoschiena, trasformato in gelatina per l’occasione. “Ho occhi letteralmente ovunque, perfino nei miei piedi! Non potevo non accorgermene!”.

“COSA?!” sbraitò Moradùl “Zaubenor, se questo è vero, se sei tu il responsabile della creazione del Mai Nato, queste accuse sono gravissime! Come rispondi?”

Il silenzio avvolse la stanza, mentre gli sguardi di chi attendeva incuriosito si incrociavano con quelli abbassati di chi sapeva già la risposta.

Zaubenor poté notare un mezzo sorriso nella nebbia che componeva Voidràvos.

La sua pazienza aveva raggiunto il limite, e, mentre sentiva un leggero tepore crescergli nel petto, proferì:

“Certo che ho organizzato io tutto. Qualcuno doveva provare a fare qualcosa mentre voi stavate qui a marcire.”

L’Assemblea si ravvivò rapidamente di un vociare crescente, mentre alcuni guardavano inorriditi il Superno Arcano, e altri si spostavano rapidamente per avvicinarsi alle uscite.

Nemmeno i ripetuti richiami all’ordine di Moradùl riuscirono a ripristinare una parvenza di serietà nel Consiglio.

La disperazione portata dalla Decadenza, la tensione accumulata fino ad ora esplose in una grandiosa ferocia.

L’affermazione di Zaubenor fu la proverbiale goccia che fece traboccare il vaso, e i Superni, un tempo fratelli, rapidamente cominciarono a prendere parti.

Ben più di quanti avevano attivamente partecipato al complotto di Zaubenor ora lo appoggiavano, ed un numero più che sostanziale rimaneva ad appoggiare il Consiglio.

Odi e insulti si mischiavano in una serie infinita di cacofonie dissonanti nella mente di Zaubenor, che abbassò lentamente lo sguardo verso la sua mano.

Una sottile luce cremisi perduta nell’ossidiana rispose al suo sguardo.

Si, era tempo.


Sussurri Sinistri

Lo Stregone, già stancatosi del litigio da lui stesso accesso, si era quindi ritirato dall’assemblea. In silenzio vagava ora per le sue aule ricolme di sapienza arcana, i suoi pensieri morbosamente proiettati verso la ricerca di una soluzione che avrebbe potuto salvare la stirpe Supernica da quella malattia orrenda chiamata Decadenza. Al diavolo i suoi fratelli e le loro inutili limiti autoimposti.
Attorno a lui a scandire il ritmo dei suoi pensieri, sfere di elementi mutavano in altre forme, accompagnandolo per il suo pensoso peregrinare. Mentre una sfera di magma cambiava in acqua limpida Zauberon si rese conto che la discussione presso l’Assemblea non era servita a nulla se non fratturare i suoi simili in fazioni diverse.

“Tempo per discutere…” Pensò fra se, vomitando un verso di frustrazione e compatimento. “Il tempo per discutere è finito tanto tempo fa…” Parlava da solo, osservando i suoi averi; intanto dall’Olimpo suoni che mai si erano uditi fra quelle aule preannunciavano l’inizio di uno scontro.

Il suo flusso interminabile di pensieri fu interrotto da una figura che prese forma senza alzare alcuna nota dinnanzi a lui. “Qualcuno è già sparito, altri fanno complotti fuori dall’Assemblea. Gòs sta ribollendo come un vulcano pronto ad esplodere. E non è il solo…” Vinectors, primo seguace delle idee di Zaubenor, riportò le notizie di cosa stava avvenendo nel resto dell’Olimpo. Lo sguardo dello Stregone guizzò sotto il cappuccio, prima su Vinectors e poi sulla porta di ingresso al suo reame di conoscenza arcana.

Tutto lo spazio fu improvvisamente scosso da un lento tremito crescente, lampi di energia arcana esplosero dalla figura del superno e volarono contro la porta, intarsiando sigilli e antiche rune. Tutta la stanza pulsò all’unisono, ricoprendosi di simboli e protezioni. “Ho preso tempo. Non garantisco che possa funzionare per lungo tempo. E’ tempo di mettere da parte le tradizioni e trascendere i nostri limiti, Vinekutòr…” lo guardò quindi con gli occhi ancora tinti da una sinistra luce viola: “Va’ e tienimi informato su quello che succede fuori. Non farli avvicinare qui.” Zaubenor pronunciò quelle parole e si scompose in una miriade di scintille. Vinekutòr fece lo stesso.

Le mani dello Stregone dopo il breve colloquio con il Silenzio erano strette attorno ad un frammento nero di ossidiana, un frammento antico come il tempo e altrettanto terrificante. Se lo rigirava fra le mani, cercando un apertura con la mente e con i semplici sensi, proiettando su di lui ogni sensazione che la sua mente sconfinata provasse. Improvvisamente, dopo qualche ora di concentrazione, una punta di disperazione e frustrazione provenirono dalla mente dello Stregone e come una sottile lama che affonda nella carne tenera, un contatto fu stabilito. Zauberon rimase scioccato per qualche secondo, lasciando spazio al frammento di parlare.

“Percepisco la tua preoccupazione, Figlio. Custode delle Arti Arcane perdute, la soluzione ti è sempre stata vicina.” Una voce suadente, meravigliosamente risolutiva e profonda rimbombò nella testa dello Stregone, che lo lasciò continuare. “La decadenza può essere sconfitta. Hai ragione e l’hai sempre avuta. La tua risolutezza mi ha permesso di parlarti…Vuoi sapere come salvare la nostra stirpe?” Ecco che la tentazione mise radici profonde e salde dentro il Superno della Magia Arcana, violando la sua mente come una putrefazione più schifosa della Decadenza stessa.

“Si.” Pronunciò quelle due lettere con immensa sete e rinnovata soddisfazione, amplificate da qualcosa di nuovo, da qualcosa che prima non c’era, qualcosa che ora risuonava con lui e lui con esso.

“L’energia dei deboli deve fluire in chi può resistere. Lo scontro è inevitabile. Ora porteremo via uno dei segreti meglio protetti di Levotered, Zauberon…” La voce si era fatta più chiara, più possente. “Dopo tanti eoni….Anche un Superno può cessare di esistere.”

La rivelazione giunse, e con essa la soluzione che Zauberon stava disperatamente cercando. Il frammentò gli rivelò pratiche immonde per una sopravvivenza disperata. E mentre la scheggia di Draith mutava inconsciamente la sua forma in un rozzo pugnale affilato, Zauberon chiamò a raccolta l’Oblio e il Silenzio. Presto i Superni sarebbero rinati.


Estasi

Scossa da febbrili spasmi, la sua mano ghermiva il frammento e quasi si feriva nella sua stretta compulsiva. Zaubenor si muoveva ratto tra le ombre.

Etereo e innafferrabile, giunse all’uscio di bronzo adornato e gettò uno sguardo dissennato a quella empirea palestra che Daraku Kileru, con ostentato orgoglio, chiamava casa.

Disgustato dalle ferree egide e da quel malcelato odor di sudore, si mise a cullare il suo inusuale pugnale, mentre questo gli sussurrava dolcemente atti empi ed innominabili.

All’improvviso vide la nuda schiena del Superno-Guerriero mentre questi era intento nel sollevare un gran carico in piombo, la ragione l’abbandonò per sempre.
Ormai in una completa trance, osservò con un freddo e curioso distacco se stesso, mentre come un coltello nel burro la fredda pietra penetrava dentro il suo stesso fratello.

La ferità vomitò essenza supernica mentre il frammento continuava sempre più a fondo nelle viscere del Superno. Daraku, abituato a mille battaglie, mai si sarebbe aspettato di perire nella sicurezza della sua magione e nell’infamia del tradimento.

Troppo rapidamente calò l’oscurità sul Superno della Guerra perché egli potesse pugnare un’ultima volta, troppo velocemente la scheggia si nutrì della sua essenza.

E come frutti blasfemi bagnati dal nefando sacrificio della sua stirpe, i poteri della Guerra germogliarono in Zaubenor che, estatico di piacere per la sua ritrovata forza, non diede importanza a quel saettare vermiglio sull’arma improvvisata.


Fratricidio

Zaubenor poteva quasi sentirlo, come cenere nella sua bocca. Quella fame, quell’assoluto ed imperituro comando a nutrirsi ancora. L’Eco di Draith era chiaro, cristallino nella sua ferocia.

Eppure in quel primigeno istinto si nascondeva ben di più di una mera necessità. C’è conoscenza in quella sensazione, e potere in quel sapere.

Non rimaneva che farlo ancora una volta.

L’Assemblea stava ancora litigando su cosa fare rispetto alle sue azioni, quindi il caos in cui versava l’Olimpo gli tornava comodo. Per una volta la loro incapacità di lavorare assieme era utile, ed infine sarebbe stata la loro rovina.

Gàian, con i suoi infiniti colori, stava lasciando la stanza del Consiglio esasperata: Per lei, che rappresentava la pace, quelle discussioni senza fine erano fonte solo di eterni mal di testa.

Sarebbe stata nel giardino ad aspettare che le cose si sistemassero, così come era già successo tante altre volte. Erano questi i momenti in cui più di tutti avrebbe voluto che Kaskemàs fosse ancora lì a guidarli.

Mentre era occupata a sistemare le nuove varietà di rose, non senti dei sottili passi alle sue spalle, così come non fece quasi in tempo a sentire una mano appoggiarsi sulla sua spalla. Una cosa sentì chiaramente però, la sensazione più terribile che un dio possa percepire: Sentì la morte, che dopo secoli poteva finalmente assaggiare la sua vita sovrannaturale.

La donna cadde in ginocchio mentre ogni sua particella veniva privata di qualsiasi energia avesse mai avuto e avrebbe mai potuto avere. Viticci di ogni colore si arrampicarono lungo il braccio di Zaubenor, fondendosi con le rune che avvolgevano le sue vesti.

In pochi istanti, di Gàian non rimase che una statua grigia, spenta, mentre Zaubenor brillava come una stella siderale, avvolto in argento e azzurro.

“Non preoccuparti, cugina mia. La tua vita non è sprecata. Ora servirà qualcosa di più grande.”

Mentre il Superno degli Arcani si allontanava, la statua lasciata indietro cominciò a sbriciolarsi in piccoli frammenti, persi nel vento.

L’euforia avvolse Zaubenor. Il risultato era riproducibile, ed era meraviglioso riprodurlo. E finalmente aveva il potere per rimettere le cose al loro posto.

Per prima cosa doveva eliminare quelli che lo avrebbero potuto fermare, per primo Levotered, custode dei segreti. Per secondo doveva eliminare colui che aveva osato umiliarlo con la sua eternità. Voidràvos, immune alla Decadenza, avrebbe finalmente sentito sulla sua pelle la gelida mano della fine.

Vinekutòr, Superno del Silenzio, il suo primo allievo, si sarebbe occupato di divorare i Segreti, mentre Translayton dell’Oblio avrebbe cancellato il Vuoto dal creato.

Con il sorriso sulle labbra e la fame nel cuore, i due partirono per le loro missioni.


Mantieni il Segreto

Vinectors era estremamente sicuro di sé: In fin dei conti, lui era il Superno del Silenzio, nulla di tutto quello che aveva progettato avrebbe mai raggiunto l’orecchio di qualcuno.

Mentre camminava tra le sale del Consiglio, non sentito dai gruppi che combattevano tra le colonne ed i giardini, pensava alla sua mossa.

Come far svelare Levotered? Forse trovando un segreto così nascosto da usare come esca?

Una palla di materia passò a pochi millimetri dal suo orecchio, andando ad aprire un cratere sul tappeto. Ordinaria amministrazione nel litigioso caos delle discussioni dell’Assemblea, che non interruppe il filo di pensieri di Vinekutòr.

Forse avrebbe potuto rapire un altro superno? No, non poteva certo ricattare un bersaglio come il suo.

Alla fine, dopo una mezza decina di idee scartate decise che avrebbe semplicemente atteso. Con tutto il caos che stava avvolgendo l’Assemblea, sarebbe solo stata questione di tempo prima che si rivelasse.

Soddisfatto e compiaciuto del suo glorioso piano, Vinekutòr quasi non si accorse della figura davanti a lui.

Alzando lo sguardo, il sorriso gli morì rapidamente.

“Vinekutòr, mi stavi forse cercando?” disse con voce severa una figura avvolta di luce azzurrina davanti a lui.

“Ah… beh, veramente…” provò a mormorare il Superno del Silenzio prima di sentire il braccio di Leotered che lo attraversava da parte a parte.

“Hai complottato nel Silenzio contro di me, non capendo che ogni parola non detta non è che un segreto.” Vinekutòr stava scomponendosi a vista d’occhio, mentre una cacofonia di voci assordanti si alzava dai suoi resti “Sei entrato nel mio regno come invasore e traditore, e sarai trattato di conseguenza. Si, persino lo stesso Segreto che ti ha sussurato Zaubenor mi appartiene da ben prima che appartenesse a lui, e lo proverai sulla tua pelle.”

Il cumulo di polvere e cenere rimanente venne spazzato via poco dopo, quando un gruppo di Superni decise di usare il corridoio come arma contundente contro altri loro simili.


L’Oblio ed il Vuoto

Voidràvos detestava stare al di fuori del suo regno di Vuoto e Creazione. Qui nulla poteva essere modificato. Leggi fisiche costanti? Chi ha pensato fossero una buona idea era davvero uno stolto.

L’unica cosa interessante ormai erano i suoi colleghi che si pestavano per decidere come la Decadenza andasse affrontata e se Zaubenor andasse punito per il Mai Nato.

Almeno gli altri non sembravano notarlo più di tanto, mentre si lanciavano palle di fuoco, colori variopinti e concetti astratti.

Ora che ci pensava però era straordinariamente poco notato: Essendo lui uno dei pochissimi immuni alla Decadenza, dovrebbe essere stato uno dei primi ad essere preso di mira o ricercato per domande, eppure perfino coloro che lo avevano chiamato ultimamente sembravano non notarlo. Era come se la sua esistenza fosse finita nell’oblio.

Forse era solo per il disordine che regnava nella zona, magari gli altri non erano così abituati a vivere in un luogo dove l’ordine è solo un lontano (e odiato) ricordo.

Nel dubbio, sarebbe andato al confine con il Vuoto Tra i Piani, dove almeno poteva starsene tranquillo vicino alla brezza del Nulla.

Fece per muovere quel corpo fisico semi-costante che era costretto ad usare fuori dal suo regno, però stavolta non rispose.

Imprecando mentalmente, Voidràvos si chiese quale anonima e tirannica parte della fisica gli stava impedendo di fare quello che voleva stavolta, e la sua domanda ebbe rapida risposta.

Dalle sue spalle emerse Translayton, che come un buco nero sembrava strappare dal mondo circostante il suo stesso ricordo.

“Voidràvos, Superno del Vuoto. Zaubenor ha un messaggio per te.” Disse con la voce che sembrava sfuggire via per non essere ascoltata “Gioisci, perché la tua morte ci darà la forza di sopravvivere alla Decadenza!”

Voidràvos non aveva delle corde vocali, e men che meno dei nervi, eppure la sua essenza stessa sembrò urlare mentre quell’essere dell’Oblio davanti a lui lo divorava, strappandogli il suo potere dalle mani.

Sentii la sua mente cadere nel nulla più assoluto, cancellata dall’esistenza.

Finalmente il Dio del Nulla era diventato esattamente quello che rappresentava: Niente.

“Aspetta un secondo.” pensò Voidràvos, guardandosi attorno, vedendo la sua amata dimora dipanarsi come un dipinto mai finito davanti a lui “Tutti coloro che muoiono finiscono nel Nulla. Però io sono il Nulla.”

Un sorriso ideale si dipinse sul suo corpo assente.

Translayton nel frattempo aveva osservato il Superno del Vuoto scomparire, e si stava pregustando il potere che aveva appena acquisito, e l’immunità totale alla Decadenza che veniva con esso.

Iniziò ad allontanarsi, ma si accorse di un piccolo problema non appena attraversò la prima porta: Non c’era niente oltre la sala in cui si trovava.

Con crescente disperazione cominciò ad aprire ogni porta e portale, ogni finestra e botola, ma il risultato era lo stesso: Una distesa nera che si perdeva nell’infinito.

“Benvenuto nel Vuoto, Superno dell’Oblio” la voce di Voidràvos risuonava che se stesse emergendo da ogni direzione. “Hai ottenuto quello che volevi: Mi ha divorato, facendomi diventare nulla, e di conseguenza sei diventato il nuovo controllore del Nulla.”

Le pareti della stanza cominciarono a disfarsi in una sottile nebbia colorata, che si andava rapidamente perdendo nel vuoto infinito.

“Però c’è un problema: Io sono il Vuoto, e la mia morte non cambierà mai questo fatto, perché uccidermi non fa altro che mandarmi nel Vuoto.”

Translayton iniziò a notare con orrore che perfino la sua sostanza sembrava iniziare a diluirsi nella nebbia.

“Tu sei diventato me, il Superno del Vuoto.”

L’urlo del Superno dell’Oblio non fece tempo ad abbandonare le sue labbra che la sua forma scomparve, perduta per sempre.

“E, di conseguenza, io sono diventato te.”

Voidràvos finì di dissipare il corpo fisico di Translayton in poco tempo (cose in più che dovevano ubbidire a stupide leggi fatte da stupide realtà).

Doveva ammettere che era stupito: Era la prima volta che moriva! Sensazione strana, particolare, quasi atavica.

Mentre rifletteva su queste nuove sensazioni, una sfera di ghiaccio attraversò violentemente la sua forma nebulosa. La guerra andava avanti sempre più feroce nel Consiglio.
Chiunque avesse mandato il Superno dell’Oblio ad eliminarlo sicuramente stava approfittando della situazione, e sicuramente stava per avere una brutta sorpresa.


Una Guerra ad Armi Pari

Il corpo di Vinekutòr non era ancora sparito ai piedi di Levotered che l’ora Superno dei Segreti, Austerità e Silenzio si rese conto di cosa aveva assorbito insieme all’essenza del suo lontano cugino. Si mise seduto per qualche istante, per mettere in ordine la valanga di nozioni sparse che ora affollavano la sua mente. La conoscenza proibita del frammento, passata da Zaubenor a Vinekutòr ora era chiara nella testa di Levotered: La conoscenza di come assorbire, divorare, un altro Superno per prolungare la propria esistenza a costo di quella di qualcun altro non era più solo sua. Una esplosione celestiale lo scosse dalla sua meditazione mentre un frammento di Olimpo esplodeva nel nulla cosmico per poi svanire in una tempesta di caos e distruzione, il suono della battaglia che i Superni stavano perpetrando lo riportò alla fredda realtà dei fatti: Qualcuno sapeva come annientare un Superno, altri no. Non aveva bisogno di consultare Moradòn per capire quanto l’ordine delle cose fosse scombussolato, quanto il vantaggio fosse schiacciante. Nascondere quella nozione sarebbe stato facile come schioccare le dita per il Superno…Cancellarla dalla esistenza e tenerla solo per lui, senza mai farne parola con nessuno…Obliare chiunque vi si mettesse sulle tracce, condannandolo al silenzio eterno. Ma cancellare la causa della guerra avrebbe solamente peggiorato le cose: I Superni si sarebbero distrutti per nulla, combattendosi per l’eternità senza mai potere morire veramente. Levotered osservò uno dei magnifici tetti poliedrici delle aule Olimpiche svanire di colpo mentre un gruppo di Superni vi combatteva sopra, selvaggiamente, vedendo il quella immagine un futuro catastrofico. Spinto da quella greve visione, Il Superno svanì dalla mente di tutti, lasciando l’Olimpo materiale per entrare in uno spazio metafisico dove trovarlo sarebbe stato impossibile, un posto fatto di lui e di idee, di segreti. Solo lui sapeva cosa c’era li…E il possessore di quei segreti. Nel più totale silenzio e segreto, Levotered iniziò la sua opera.

Nobìs, Superno della ricchezza, era asseragliato dietro un immenso esercito di soldati fatti di gemme e oro che difendevano ogni centimetro dell’ingresso della sala del suo tesoro. Oro, gioielli, tutto ciò che era prezioso il Superno lo conosceva e lo possedeva, ricchezze che una mente mortale non poteva neanche sperare di riuscire ad immaginare. Tutto era sigillato dietro una grande porta, bloccata da una sequenza che solo Nobìs conosceva. Era il suo segreto più grande….E mentre tornava a contare spasmodicamente ogni lingotto di oro che era davanti a lui, si rese conto che quella sequenza portava con se’ un’altra informazione. La gemma che teneva in mano tintinnò come un gong rivelatore sul pavimento del suo Dominio, lasciata cadere mentre Nobìs si rese conto di possedere la conoscenza di come divorare un Superno.

E così, negli istanti che seguirono la scomparsa di Levotered, ogni segreto gelosamente custodito da ogni Superno fu metodicamente modificato per rivelargli la terribile conoscenza di come divorare un proprio simile, per resistere e sopravvivere. Ora la battaglia sarebbe stata ad armi pari.

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