[Supernomachia]Parte 2: Fratello Contro Fratello

Al Lettore:
Questa sezione della Supernomachia, per motivo di tempo e narrativa, non copre tutte le vicissitudini dei superni durante le loro lotte, ma contiene alcune sezioni che gli autori hanno trovato interessanti o divertenti.
Una lista completa dei sopravvissuti arriverà con la fine della Supernomachia ( di molti altri ne leggerete nel prossimo volume). Per ora godetevi questa piccola raccolta di racconti creata con cura dallo staff GdR.

Il Frutto della Discordia / CoNfUsIoNe E sTuPoRe

Deadus era deliziato dalla situazione. La discordia era stata seminata da suo padre Zaubenor, ma era stato lui a coltivarla per bene nell’assemblea. Ed il dissenso era diventato litigio, il litigio uno scontro e lo scontro infine battaglia.

Non era stato poi molto difficile, era bastata qualche parola ben piazzata ed i suoi fratelli avevano fatto il resto da soli. Nonostante ciò era davanti al suo capolavoro come Superno della Discordia: ora persino le fondamenta dell’Olimpo tremavano crepate da una divisione insanabile!

E mentre si godeva i risultati della sua opus magna, improvvisamente si rese conto di sapere qualcosa che prima non sapeva. I Superni potevano morire. I Superni potevano essere uccisi da altri Superni. Ed ora tutti sapevano come fare.

Se fosse stato un mortale Deadus avrebbe sentito un brivido di freddo lungo la schiena. E per la prima volta, da creatura immortale qual era, provò paura. Si era fatto tanti nemici nell’Assemblea durante la lunga e noiosa eternità, aveva litigato e fatto litigare tantissimi degli altri Superni, sicuro di essere intoccabile. Ora non era più così.

Il Signore della Discordia scomparve cercando rifugio negli anfratti più profondi del suo personale reame, un mondo odioso e dissonante, dove nemmeno il cielo era d’accordo con la terra per chi dovesse stare sopra o sotto. Lì sarebbe stato al sicuro, nascosto e protetto da tutti, nessuno sarebbe stato in grado di navigare in mezzo a tutta la confusione che regnava, e magari una volta persi lì avrebbero potuto anche fare un bel litigio…

“Ehi Ded, ti ho preso il naso!”

Deadus, interrotto il filo dei suoi pensieri, si toccò il volto in maniera istintiva. Non aveva più il naso, in effetti. Sorpreso da questo avvenimento, sussultò quando finalmente si rese conto di non essere più da solo.

C’era Adegés lì con lui, compagno di infinite malefatte, scherzi e nefandezze. Lo aveva seguito! E come se non bastasse ora aveva in mano il suo naso, e sorrideva.

Il Superno della Discordia non sapeva che pensare. Era lì per ucciderlo? Stava facendo un altro dei suoi giochetti? E perché gli aveva preso il naso?

“Tu…” Balbettò Deadus: “Cosa ci fai qui? Cosa vuoi da me? E quando mi hai preso il naso?”

Adegés scrollò le spalle “Nulla di che, avevo bisogno di un naso nuovo. Ho perso il mio da qualche parte, e ne ho bisogno per fare una cosa. Sono contento che tu mi stia prestando il tuo. Ci vediamo, eh Ded. :)”

Deadus, risvegliatosi dal suo stupore pensò per un attimo di sfruttare l’occasione per raffozzarsi. In fondo Adegés era da solo, nel suo reame. Una preda facile in questa situazione…

Ma finito il suo discorso Il Superno del Caos scomparve in una nuvola di coriandoli e brillantini.

“Poco male.” pensò l’altro, ora rimasto solo. “Potrò tornare a nascondermi e sperare che il peggio passi.”

E fu allora che se ne accorse; Adegés non gli aveva preso solo il naso. Gli mancava qualcos’altro, qualcosa di fondamentale. E mentre, ancora confuso, iniziava a rendersi conto di cosa fosse davvero successo, iniziò a dissolversi insieme al suo reame.


Il Seme della Follia / CaOs

Alikos Resolan era in seria difficoltà. La situazione era degenerata rapidamente dopo che il Segreto era stato rivelato. Gli alleati di Zaubenor si erano scagliati sul fronte degli oppositori, numerosi altri superni erano scappati. Ora si combatteva per la vita.

Alikos, in questo caso più letteralmente che mai, combatteva per la Libertà.

Aveva visto Mayuri cadere, inglobato da Nès trasformato in una specie di buco nero. Forse avrebbe fatto la stessa fine se Milùn non lo avesse sbalzato via all’ultimo.

E non ebbe tempo per riprendersi prima di trovarsi davanti gli occhi spiritati di Zèr Stàil.

Il Vecchio Pazzo lo guardava come un cane randagio guarderebbe una succosa bistecca, e non perse tempo: subito lo assaltò con un’ondata dissonante di emozioni e sensazioni sconnesse, risate isteriche, dissociazioni ed allucinazioni.

Alikos si liberò immediatamente dalla morsa dell’avversario, ma improvvisamente subì un altro attacco ed un altro ancora. Ad evitare gli assalti era bravo, ma ogni attacco era folle ed imprevedibile, e non sapeva quanto ancora avrebbe potuto resistere a quel tormento. Poi improvvisamente un attimo di pausa, una piccola apertura; Alikòs raccolse le forze e concentrò la sua energia per cercare di bandire il Vecchio dall’Olimpo, almeno temporaneamente, per poter riprendere le forze ed aiutare gli altri.

Un fascio di luce dorata fuoriuscì dal suo palmo e colpì in pieno l’avversario, che scomparve in una nuvola di vapore violaceo.

Alikos sorrise esultante, in preda alle allucinazioni di vittoria, ignaro dei passi lenti del Superno della Follia nella sua direzione. Quando si rese conto che lo scontro era successo tutto nella sua testa, Zèr era già troppo vicino. La sua forma, ora grottescamente gonfiata, stava per inghiottirlo.

Alikos non si scompose: la sua Speranza non poteva morire. La Libertà avrebbe trionfato, e mai sarebbe morta inghiottita dalla Follia. E mentre si preparava a combattere anche nel ventre di quella bestia immonda, una voce improvvisa risuonò nella sala.

“Cucù papà!”

Il pavimento sotto Alikòs si trasformò all’improvviso in farina di castagne, nella quale il superno sprofondò all’ultimo secondo. Le fauci sproporzionate frattanto si chiudevano schioccando nel vuoto; conseguentemente Zèr emise un urlo feroce di frustrazione e rabbia.

“IIIIIIIIIIIIH! COME OSI! IIIIIIIIIIH” Il Vecchio era al culmine di una rabbia folle e cieca, e la realtà circostante ne iniziava a risentire: le colonne marmoree divennero serpenti alati carichi di veleno, le pareti si riempirono di volti deformi ed urlanti, i blocchi lucidi del pavimento esplodevano come vetro in frantumi.

Adegés sorrise con le sue tre bocche.

“Sono contento che ti sia piaciuta la sorpresa! Ne ho un’altra, mi sono fatto prestare un naso apposta!” Il Superno del Caos si tappò prontamente una narice, ed iniziò ad aspirare.

Un turbinio di vento ne uscì fuori avvolgendo e sollevando Zèr, che continuava ad urlare ed agitarsi furiosamente. Numerosi tentacoli fuoriuscirono dalla forma del Superno della Pazzia, aggrappandosi al suo avversario e sferzandolo, mentre continuava ad essere trascinato verso di lui.

Alla fine Adegés ebbe la meglio: la sua narice si allargò enormemente e la testa si reclinò innaturalmente all’indietro mentre la forma di Zèr Stàil si comprimeva al suo interno.

“IIIIIIIIIIIIIIIiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii…” Le urla, sempre più attutite infine scomparvero del tutto.

Alla fine Adegheiz raddrizzò il collo.

II sorriso solitamente onnipresente era ora scomparso, il volto sempre cangiante ora quasi fisso in una forma stabile. Una forma sciupata, antica e stanca. Una forma umana.

“E questo è quello che ti meriti per quello che mi hai fatto, vecchio bastardo.” disse infine, con un sussuro roco e pieno di amarezza.

Alikos riemerse in quel momento dalle sabbie mobili farinacee, non senza fatica, e non aspettò nemmeno di ripulirsi prima di parlare, completamente imbiancato.

“Speravo che saresti arrivato per aiutare, e la speranza non viene mai tradita. Se ti unirai a noi combatteremo insieme, per i nostri fratelli e per la Libertà!”

La faccia di Adegés (senza il resto della testa) si voltò verso il compagno, di nuovo sorridente.

“Sembra una cosa noiosa… Vedrò di renderla più interessante! :D”


Ordinaria Amministrazione

Mentre il Concilio e tre quarti del creato ruggivano in un marasma di distruzione e fame, la Grande Biblioteca di Satardel era avvolta in una tranquillità disarmante.

Il Superno della Burocrazia con calma e metodo compilava i moduli 138-AK (da richiedere rigorosamente solo dopo autorizzazione ottenibile con il modulo 6-B) per confermare la morte dei suoi fratelli superni.

Due cose sono sicure a questo mondo, sembrava: La morte, e che questa dovesse essere adeguatamente burocratizzata.

L’idilliaca calma venne interrotta quando i portoni vennero scardinati senza tante cerimonie da un piccolo gruppo di Superni.

Il rumore del loro acceso vociare fece sospirare Satardel, che si alzò lentamente in piedi per accogliere questi nuovi odiati rompipalle (che non avevano firmato il modulo 42-O per entrare).

Davanti a lui si pararono Bonofin, della Democrazia, Emanuvel, della Politica, Kiler, dell’Oligarchia, Lèlem, dell’Ordine Sociale, Tinet, della Monarchia e Zàmpan, della Civiltà.

Erano apparentemente occupati a discutere animatamente, riempiendo di rumore la Grande Biblioteca (e ignorando che per parlare serviva il modulo adatto).

“No, la Democrazia è sicuramente il metodo migliore” gridò Bonofin stringendo a sé un malloppo di carte costituzionali

“Ma che dici? Al massimo è il migliore dei peggiori!” sbraitò in risposta Tinet “Solo un forte governo centralizzato può essere la forma migliore di società!”

Satardel si schiarì rumorosamente la voce (firmando il modulo 14194-B-16 per la produzione di rumori di tipo raschiante)

“Cosa ci fate nella mia biblioteca?”

“Ah, Satardel! Ci servi!” disse Zàmpan “Abbiamo bisogno di un consulto.”

“Se siete qui per divorarvi, o peggio, divorarmi, sappiate che vi serve il modul…”

Prima che potesse finire, Lèlem lo interruppe “No, per carità, noi siamo civilizzati. Abbiamo deciso di divorare solo chi di noi rappresenta la forma di governo inferiore.”

“Ah, logico.” rispose caustico Satardel “E io a che vi servo?”

“Beh, tu hai in archivio tutto, no? Dicci chi ha le carte migliori!”

Il Superno della Burocrazia non li fulminò con lo sguardo e con dei cavi solo perché la relativa documentazione era finita.

“… Va bene. Vi lascio con il mio avvocato.” disse il Superno, dando una piccola spinta ad una graziosa gabbietta dorata vicina alla scrivania, per poi scomparire dietro alle titaniche librerie.

Da dietro le piccole sbarre, i vivaci occhietti di un uccellino guardarono curiosi il gruppetto di Superni.

“Avvocato?” disse confuso Kiler.

“Avvocato!” rispose pronto il pennuto, lisciandosi le penne.

I Superni si guardarono un istante, per poi scoppiare a ridere sguaiatamente, indicando l’Avvocato con dita di scherno.

L’uccellino, dal canto suo, si limitò a guardarli seccato, per poi far passare tra le sbarre un foglio arrotolato.

Era una specie di contratto di discrezione, scritto con calligrafia perfetta e con ogni riferimento necessario. Il pennuto batte la zampetta su uno spazio alla fine del documento.

Ancora ridenti, i Superni presero una penna dalla scrivania e firmarono uno ad uno quello strano documento, pensavo che fosse uno scherzo particolarmente sofisticato di Satardel.

L’Avvocato cinguettò gioioso non appena l’ultima firma fu apposta, dopodiché girò il documento con il becco e batte la zampa su un altro punto.

Bonofin avvicinò il naso per leggere, e la risata gli morì in gola: ‘I Contraenti accettano quindi di porre le loro esistenze alla mercé del qui presente Quib Quab, avvocato del Dr. Satardel.’

Quando gli occhi del Superno della Democrazia si alzarono sull’uccellino, videro un sorriso astuto che si dipingeva sul becco affilato, ed una zampa che si avvicinava pericolosamente ad un tagliacarte.

Dopo una decina di minuti, Satardel tornò sulla sua scrivania con una pila di moduli nuovi più sei moduli 138-AK appena stampati.

L’Avvocato Quib Quab passò dalla gabbia il documento ancora coperto di cenere supernica, e al solo tocco l’energia fluì direttamente dentro a Satardel, che sorrise compiaciuto.

“Ah, quando capiranno? Democrazia, oligarchia, monarchia… Alla fine sono tutti contratti tra persone. Non esistono modi migliori o peggiori.” disse alla biblioteca silenziosa “Esistono quelli che leggono i contratti, e quelli che non li leggono.”

Il Superno della Burocrazia si sedette nuovamente, e con la sua fida penna d’oca ricominciò a lavora in pace e tranquillità.

Si, era proprio una buona giornata per compilare moduli.


L’Ultima Missiva

Lievi orme di sandalo si delineano rapidamente sul bagnasciuga, senza che l’occhio umano riesca a fissare nella retina l’immagine di Nùn, il Superno messaggero.

Corre il “Cavalcatore del vento”, mentre il Sole si tuffa nel mare all’orizzonte, illuminando il cielo di mille sfumature vermiglie.

Il conflitto tra i Superni è esploso da poco ma è già al suo picco di violenza e turpitudine; molti sono i caduti in ambo gli schieramenti.

Il “Lunga Mano” rallenta l’andatura, mille sue copie sembrano avanzare all’unisono, per poi arrestarsi di fronte ad un enorme macigno bagnato dai flutti.

Non era uno scoglio.

Sbadigliando rumorosamente, Brodesùku alza le pesanti palpebre, osservando assonnato il genitore.

«Padre, cosa ti spinge qui ai confini de…»

«Porto un messaggio di morte.»

Risponde laconico Nùn, le ombre dei due si allungano impercettibilmente.

Il Superno delle Soglie e dei Confini resta interdetto, prova a balbettare qualche risposta ma sa già cosa è accaduto.

«Per eoni la nostra famiglia ha prosperato, ognuno preso dal proprio dominio, ma ora è giunta la fine del Ciclo. Sento l’energia di Zàmpan, tuo fratello, trasmigrare.»

I due si specchiano l’un l’altro nelle iridi inumidite dal lutto.

Dopo un eterno istante, Nùn riprende a parlare.

«Ho già perso un figlio e temo che la stessa sorte accadrà a tutti coloro che amo, te compreso. Quindi ho deciso di venire da te, mio ultimogenito.»

Il Superno Pinnipede si leva in tutta la sua mole gargantuesca, perplesso.

«Ma padre! Io che sono il figlio più lento e meno capace! Perché chiedere aiuto a me? I-io non credo che…»

“Colui che corre veloce” lo zittisce con un gesto della mano e la montagna di carne e dubbi torna a risposare al suolo, pavida.

«La forza di ogni genia è la sua capacità di unirsi nel momento del bisogno, questo Zàmpan lo sapeva bene. Tuttavia, non ha avuto il tempo per prepararsi allo scontro.»

Una lacrima furtiva scende sulle gote del Superno Messaggero.

«Devi proteggere mamma Nakdiàn, giovane Brodesùku. Solo tu hai la purezza di cuore e la forza di stomaco per farlo!»

I due si abbracciano in un pianto disperato d’addio, le ansie e i timori del Superno dei Confini stavano lasciando spazio alla consapevolezza di dover proteggere la sua famiglia a qualsiasi costo.

«Padre, se avrò bisogno di te, tu dove sarai?»

«Qui.»

Sussurra placidamente la brezza marina mentre Brodesùku alza le pesanti palpebre, schermandosi gli occhi dagli ultimi raggi del tramonto.

Si sentiva ben riposato.


Amor Vincit Omnia

Vulavan stava comodamente sul suo divano, osservando con annoiato disinteresse i Superni che stavano facendosi a pezzi nella stanza.

Ora che il segreto della Fame era stato rivelato, tutti sembravano così interessati a divorare tutto, invece di starsene tranquilli a godersi la vita e l’affetto che essa dava.

Alcuni avevano anche provato a consumare la sua essenza, ma era bastato un sorriso per farli crollare in ginocchio a chiedere perdono. Altri, più baldanzosi, erano arrivati ad offrire le essenze dei loro colleghi solo per avere una carezza.

Vulavan ci aveva riflettuto: Solo con la promessa di un tocco avrebbe potuto ottenere indicibili essenze senza alzare un dito.

Potere assoluto si, ma a che pro?

Che gusto c’era nel diventare ancora più forti, ancora più alti in quella strana gerarchia divina? L’amore era condivisione, non altitudine.

Quindi, come sempre era stato, tutti i pretendenti se ne andavano con il cuore spezzato e gli occhi umidi.

Fin troppi facevano la fila solo per farsi rifiutare, eppure c’era un Superno che ancora non si presentava; l’unico che avrebbe avuto piacere di poter toccare.

Ma Cheru era dissoluto nel suo affetto, e l’unica cosa che aveva concesso a Vulavan erano degli sguardi.

Per i due la cosa era diventata quasi un piacevole gioco: Ogni giorno a fantasticare sulla loro unione e sul loro amore, ma mai nessuno dei due faceva il primo passo.

Superni più logici si chiedevano il perché di questo comportamento: Erano entrambi incarnazioni di processi amorosi ed erotici, ed era evidente la tensione presente quindi perché non consumare quell’affetto?

I Superni più saggi, al contrario, avevano capito che era esattamente il loro status a impedire quell’unione. Entrambi vivevano di seduzione, ed entrambi sapevano che questa sarebbe morta l’istante stesso in cui si sarebbero sfiorati.

Eppure, ora che la stagione del massacro era divenuta realtà, entrambi si chiedevano se quel loro gioco aveva ancora senso di essere. Più in profondità, soprattutto, si chiedevano chi avrebbe ceduto prima.

Vulavan, come ogni giorno, cercò lo sguardo del suo amore impossibile tra gli angoli della stanza, eppure stavolta non sembrava esserci.

“Stavi forse cercando me?”

Cheru era li davanti, l’ultimo della fila dei postulanti, armato solo di un sorriso e di una rosa rossa come il peccato.

Il Superno dell’amore inclinò le labbra “Cheru, è un piacere. Abbiamo finalmente deciso di parlarci?”

Puntando la rosa in avanti come una spada, l’altro rispose pronto “Ci siamo sempre parlati con gli occhi, mio amore. Oggi abbiamo deciso di poterci sentire.”

“E come offerta porti un fiore mentre gli altri mi offrono la divinità. Perché dovrei alzarmi per te, amorevole Cheru?”

“Perché solo uno sciocco porta al proprio amore qualcosa che ha già. Solo un amante porta sé stesso e niente altro.”

La battaglia di seduzione andò avanti ancora per un po’, tra stoccate al cuore e sorrisi di parata, fino a che Vulavan non si alzò dal divanetto, stiracchiando le sue magnifiche forme in tutto il loro splendore.

Senza sfiorarsi, i due si presero idealmente per mano e si mossero verso le stanze di Vulavan, che avvolte in giganteschi drappi dello stesso rosso della rosa sarebbero diventate il nido del loro amore.

Quello che il Superno dell’Amore non sapeva, tuttavia, era che Cheru in quella rosa non aver nascosto solo affetto, ma anche acciaio: Un a sottile lama si nascondeva nel gambo, una spina in più in grado di distruggere perfino il cuore di un Superno.

Distesi vicini, i due si guardavano, fantasticando sull’amore sbocciato, e timorosi di chiudere quegli ultimi millimetri che li separavano.

Cheru, sussurrando parole di amore e piacere eterno, chiuse le sue braccia attorno all’amante, puntando lentamente la rosa tra le scapole, pronto a calare il colpo.

Eppure, ogni sguardo di Vulavan lo rallentava, ogni scintilla degli occhi scuoteva il suo piano come un meteorite, ogni sospiro un coltello nella sua schiena.

La rosa perdeva lentamente i petali come lui perdeva la sua volontà fino a che, all’apice dell’amplesso, essa non cadde dalle sue mani, solo per finire dritta nel suo cuore.

Vulavan gli concesse un ultimo sorriso, accarezzando il fiore senza petali che stava entrando lentamente nel petto di Cheru.

In pochi istanti tra le lenzuola cremisi non c’era che il Superno dell’amore, a contemplare con una nota di tristezza una lama a forma di rosa avvolta nella cenere.


Chi ha vinto la Supernomachia?

Nei candidi corridoi dell’Olimpo lo spettro orrendo di Gòs Tanèk aleggiava su due resti divini. La vendetta era finalmente compiuta, il grande torto di Nobìs pagato;

I figli del Superno del Denaro, nati dal desiderio di punizione e vendetta, avevano rubato ciò che era suo, e finalmente poteva rivendicare i loro domini nel dolore e nel sangue. Gli involucri vuoti che erano stati Digèl e Zerok giacevano ai suoi piedi e la loro dipartita era stata terribile come l’espressione sui loro volti deformi lasciava suggerire.

Paura e Lamento gli appartenevano di nuovo. Ed ora che anche i superni potevano pagarne il prezzo, molte altre vendette sarebbero seguite, e tutto il Jandur sarebbe diventato il suo personale Incubo. Nessuno sarebbe stato salvo, nessuno sarebbe rimasto impunito.

“Padre!” con un rombo Sìpan Tér apparve di fronte a lui, nella sua forma colossale e spaventosa, e la bocca ampia e piena di denti affilati.

“FIGLIO MIO, SE VIENI PER PORGERMI AIUTO NELLA VENDETTA SAPPI CHE ARRIVI IN RITARDO.” Disse semplicemente indicando i resti degli altri due superni, ora in dissoluzione. “ED IN OGNI CASO NON SAREBBE STATO GRADITO. IL TORTO È MIO, LA VENDETTA È MIA, E MIO È IL DIRITTO DI RACCOGLIERNE I FRUTTI.”

“Non oserei mai prendere la Vendetta al posto vostro Padre.” Ribatté l’altro. “Piuttosto, sono venuto a prendere ciò che è mio. La Paura è mia come il Terrore ed il Panico, e l’essenza di Digèl mi appartiene di diritto.”

Gòs assunze una consistenza più corporea, mettendo in evidenza la sua armatura d’ossa e sangue, mentre i suoi occhi si illuminavano di un viola intenso; nel tempo, Sìpan aveva capito che questo era un brutto segno.

“PER QUANTO DIVINO, CREDO DI AVER SENTITO MALE FIGLIO MIO. VOGLIO DARTI L’OCCASIONE DI RIPETERTI… E PRIMA DI FARLO, NON PENSARE CHE L’ESSERE L’ULTIMO DEI MIEI FIGLI ANCORA IN PIEDI FACCIA ALCUNA DIFFERENZA SULLA TUA EVENTUALE SORTE.”

Sìpan Tèr mise mano alla sua spada colossale. “Insisto Padre. La Paura mi spetta.”

“ALLORA È DECISO. SAI BENE CHE QUESTA MANCANZA DI RISPETTO NON PUÒ NON ESSERE VENDICATA.”

Gòs non fu colto alla sprovvista quando la sua progenie abbatté improvvisamente la spada su di lui. Dissolvendo la sua forma fisica, una nuvola di vapore nero e viola scivolo da sotto la lama ed il pavimento distrutto, iniziando ad ingrandirsi. D’un tratto rimaterializzò un suo braccio. Sìpan non fece in tempo a rendersene conto prima di essere colpito da un pugno in pieno petto.

La colossale armatura di metallo nero e rosso tintinnò sotto il colpo di potere devastante, e la figura colossale del Superno del Terrore prese il volo sfondando diverse colonne marmoree. Seguì uno schianto nell’adiacente giardino di ulivi, dove tronchi millenari volavano in aria come se fossero bastoncini di legno. Gòs gli fu subito di nuovo addosso, spostandosi come una nuvola in tempesta e materializzandosi in una forma spettrale di proporzioni degne rispetto a quelle del proprio avversario.

“SEMBRA CHE PRESTO NON AVRÒ PIÙ FIGLI.” Tuonò mentre gli occhi, appena visibili sotto la coltre oscura si illuminavano di viola.

Sìpan era a terra, numerose crepe dal petto iniziavano a propagarsi sul resto del corpo. Aveva sottovalutato il potere di Gòs, e lo avrebbe pagato a caro prezzo. Ma la battaglia non era ancora conclusa.

Nella polvere il Divoratore del Terrore cercò la sua spada, conficcata poco dietro di lui. Con un rapido movimento frappose il piatto della lama tra se e Gòs, giusto in tempo per deviare un altro suo colpo. La spada tremò in maniera preoccupante, mentre gli artigli del Superno dell’Incubo si conficcarono nel terreno devastato, facendo rinsecchire all’istante tutte le piante vicine. Sìpan sfruttò il momento per rotolare via e risollevarsi mentre Gòs lo mancava per un soffio con un’altra artigliata.

“STAI SOLO PERDENDO TEMPO! LA TUA ORA È GIUNTA, FIGLIO, PRESTO SARAI DI NUOVO PARTE DI ME. E TRAMITE IL TUO POTERE I TUOI FRATELLI RICEVERANNO GIUSTA VENDETTA. SENTITI ONORATO DI SERVIRE QUESTO NOBILE SCOPO.”

I due superni si fronteggiavano di nuovo, con la guardia alta. La spada di Sìpan mostrava una crepa come la sua armatura. Gòs registrò l’informazione e lanciò un nuovo assalto; suo figlio, prevedibilmente, cercò di parare ancora con il piatto dell’arma. L’enorme pressione esercitata dai suoi artigli proprio sulla zona lesionata fece il resto: la spada si spezzo, volando a mezzaria. Era suo.

L’artiglio passò svelto oltre il moncone dell’arma, dritto al cuore di Sìpan Tèr.

Il Superno del Terrore era però pronto, e schivò di lato. Gli artigli lo sfiorarono, mentre ciò che restava della sua spada infranta scivolava sotto e di lato al braccio dell’avversario, per poi risalire in alto, sfruttando la guardia ora pericolosamente aperta. Il Signore degli Incubi vide avvicinarsi la superficie frastagliata dell’arma ai suoi occhi.

Per un attimo il viola feroce si spense e Gòs per la prima volta nella sua eternità sentì il suo animo tremare nell’incertezza e nel terrore. Il panico, per un attimo lungo quanto un’eternità, si impadronì di lui.

Le due figure erano immobili mentre la polvere si posava. Sìpan cadde in ginocchio, mentre dal suo petto cadevano pezzi e la sua essenza si disperdeva, aspirata dalle nere nubi di suo padre. La battaglia era stata decisa già dopo quel primo colpo fatale al petto.

La lama, prima pericolosamente vicina agli occhi di Gòs, ora si allontanava, rovinando al suolo.

“HAI COMBATTUTO BENE FIGLIO MIO.” il Superno della Vendetta si ricompose completamente in una forma fisica, chinandosi verso Sìpan. “PER UN ATTIMO HO PENSATO DI ESSERE PERDUTO…” Il Superno del Panico sorrise compiaciuto, mentre le crepe si estendevano al suo volto. “LA MIA VENDETTA È PERÒ INELUTTABILE. MI PRENDERO’ IL PANICO ED IL TERRORE, VISTO CHE ME LI HAI VOLUTI FAR PROVARE. SONO IL GIUSTO COSTO DA PAGARE…”

Il colore lasciava lentamente le fattezze dello sconfitto; il suo volto, ora completamente crepato, era congelato in un ghigno terrificante.

“…MA TI CONCEDO LA VITTORIA.”

Un Soffio di vento iniziò a spazzare via i resti di Sìpan, mentre Gòs si allontanava, ora troppo debole per realizzare appieno i suoi intenti nefasti.

Tra le ceneri che si disperdevano, tuttavia, una scintilla non solo rimaneva fulgida ma cresceva di istante in istante.

Cosa accade quando del terrore non vi è traccia? Cosa rimane quando il panico muore?

Dal seme dell’onore di una battaglia disperata ma vittoriosa, solo una cosa poteva nascere.

Una figura ammantata di gloria dorata e luminoso avorio emerse dalle ceneri come una bianca fenice, sorridendo al mondo con eterno vigore.

Sìpan Tèr era il suo nome, e la sua sola esistenza fece rialzare con rinnovato vigore tutti i Superni che ora giacevano sconfitti.

Si, esiste un mondo oltre il terrore e il panico.

Esiste una promessa.

Esiste la Vittoria.


Legittimo Proprietario

Gola sapeva già che la speranza di Zaubenor fosse soltanto una pia illusione. Gli altri Superni nulla avrebbero fatto per risolvere la situazione: millenni di eternità li avevano abituati alla noia e spesso, come nelle più becere storie sull’immortalità, all’anelare alla morte.

Che sognassero la morte gli altri Superni, Gola non aveva mai abbastanza della sua vita: era stato defraudato, imbrogliato, ammazzato, diffamato, allontanato e, infine, riammesso nel Consiglio come elemento divertente e creativo solo per dimostrare che “le cose stavano cambiando”. Troppe cose lo facevano ribollire di rabbia e gli facevano covar vendetta.

E ora, con questa tragedia che si stava sempre più avvicinando e sempre meno speranze all’orizzonte di una soluzione pacifica, Gola poteva sperare finalmente in una rinascita o, per meglio dire, di potersi riprendere ciò che era suo.

E poco importa se avrebbe dovuto sacrificare un suo fratello, padre o sorella: anche se fosse stato solo per un attimo, la Legge sarebbe tornata sua, costi quel che costi.

Ritornare alla luce del sole a Gola faceva sempre uno strano effetto: i suoi “fratelli”, se così poteva definirli, gli descrivevano sempre la strana sensazione di calore sulla loro “pelle”, mentre lui sentiva soltanto un gran fastidio: buttato come un rifiuto in quelle grotte ormai divenute casa, profonde, buie e mai raggiunte dal vivente, la luce era soltanto un prodotto innaturale del poco fuoco a disposizione.

Si guardò attorno: il finto regno dove viveva e regnava Jenmàs era il solito e orrendo esempio di cosa non funzionasse nella testa dei suoi simili: illusi nella perfezione del loro ideale, credevano che riprodurre un regno nel quale applicare il loro dominio fosse il più grandioso esempio di realtà che potesse esserci nei molti Universi frequentati nel corso dei millenni; invece era solo e semplicemente una surreale bugia, una menzogna detta a sé stessi per illudersi di essere qualcuno, di essere potenti. In realtà l’unico padrone di ogni cosa era l’entropia.

Gola Si mosse quindi verso il gran castello di Jenmàs, sede e casa di quel Superno che, per caso, si ritrovò attribuito il dominio di qualcun altro.

Gola si trasformò, il suo volto e il suo corpo assunsero perfettamente la fisionomia del “gran” padre superno, Kaskemàs. Persino la sua essenza ne era una copia perfetta, una menzogna sotterrata da bugie insondabili. Usò quindi l’enorme batacchio a forma di bilancia per potersi presentare: inutile dirlo, le numerose marionette presenti in quel finto castello non ebbero che parole di elogio e di cortesia di fronte a lui, come potevano dopotutto distinguere il vero dal falso, quando anche loro erano solo succubi e ormai mentalmente inabili a distinguere la realtà dalla surreale fantasia di quel luogo?

La sala del trono era inutilmente condita di pomposità, come un piatto cucinato male: troppe statue, tappeti, drappeggi e quadri rappresentanti, come se fosse un’ossessione, la bilancia della giustizia.

O almeno era quello che Jenmàs pensava di rappresentare, il quale fu sorpreso e felice della visita di quello che credeva fosse il padre superno, e presto si alzò dal suo trono per accoglierlo:

“Kaskemàs! Sei tornato, finalmente! Ma cosa ti porta qui nel mio regno? I miei fratelli sono l’uno alla gola dell’altro e non rispettano più le tue leggi, dovresti prima andare da loro!”

“La mia visita è d’obbligo Jenmàs, dopo i preoccupanti fatti che sono avvenuti ed avvengono ancora adesso mentre parliamo. La tragedia della divisione dei miei figli è qualcosa che mi preoccupa molto e non posso che esser preoccupato che molti miei figli mi hanno tradito, come in passato Gola ha fatto”.

La gioia di Jenmàs si trasformò in cupa mestizia, tutta la faccenda sembrava colpirlo intensamente e citare il tradimento di Gola, per il Superno della Menzogna, era un ottimo modo per rendere il personaggio più credibile:

“E’ vero Padre di Tutti noi, ma ora che sei tornato potremmo fare molto! Continuare questa guerra tra noi sarebbe quanto di più sbagliato possa esserci. Dobbiamo sederci a un tavolo, nominare un arbitro ed esporre le nostre ragioni, e potresti essere tu il nostro giudice, con la tua forza e la tua saggezza.”

Il solito Jenmàs; un illuso, fermo a soluzioni vecchie, inutili ed inefficienti.

Come “nuovo” superno della legge era soltanto un palliativo che nulla poteva se non imitare grottescamente il precedente.

“Potrebbe essere la soluzione giusta Jenmàs. Oppure potrebbe essere giunto il momento di prendere delle decisioni terribili, irrevocabili e forti. Ma assolutamente necessarie”.

“Quali?”

“Se il potere dei domini fosse concentrato su di me, Jenmàs, credo che potremmo avere una possibilità per riportare la concordia tra i miei figli. Una volta fatto ciò, riusciremo poi ad affrontare la decadenza prima che la situazione diventi irreversibile”.

“Io non so se è la soluzione più equa, Padre del Tempo…”

Sul volto di Jenmàs si annidò lo sconforto, figlio di quel pensiero che lo turbava ogni qual volta capiva che le sue soluzioni non erano prese in considerazione.

“Lo è. Pensaci: guidare una coalizione di Superni, ognuno con un dominio secondo te quanti danni potrebbe provocare? Quante battaglie non conclusive potrebbero essere fatte prima di poter portare alla ragione anche solo uno di quei figli ribelli?

Se io, Padre Superno, ho faticato per poter sconfiggere Gola, quanti miei figli servirebbero per poter anche solo incatenarlo di nuovo nelle sue prigioni?”

Jenmàs ci mise diversi minuti per poter prendere la decisione più intelligente e coraggiosa della sua vita.

E mentre rifletteva vari stati d’animo si succedevano sul suo viso, dal terrore, alla felicità, all’ansia, fino alla rassegnazione:

“Hai ragione. D’accordo, ti passerò il mio dominio.”

Con quelle parole tutto l’ambiente circostante cominciò a sparire, assorbito in Jenmàs: la mobilia opulenta, il trono, l’intero castello e persino quegli esseri informi e incapaci di rendersi conto di essere solo un sogno lucido divennero di nuovo energia.

Infine tutta quella energia si trasferì a Gola, il quale cominciò a ridere fragorosamente quando le sue membra sentirono di nuovo il potere della legge riversarsi in lui come un’aura benefica.

“Cosa succede?”

“Caro fig…Caro Jenmàs, dovevi pensarci prima…Quanto sei stato sciocco!”

Gola non volle dare a Jenmàs alcuna possibilità di difendersi o riprendersi dal panico che si stava diffondendo nel suo volto.

L’assalto fu fulmineo.

Il sapore orrendo.

Eppure il potere che trasaliva dentro di lui era quanto desiderava.

E ciò sarebbe servito per la sua vendetta.


Il Tutto in Uno

La guerra infuriava nell’ Olimpo e tutti sembravano in preda alla nefasta follia di annichilirsi gli uni con gli altri. In un modo o nell’altro, nei confini dei propri domini, tutti i Superni desideravano l’essenza di qualcun altro.

Ma nella mente di Màkuron, tutto era diverso: mentre i suoi fratelli si distruggevano, scegliendo di terminare il proprio ciclo vitale con una fine rovinosa lui aveva in mente altro. Il Superno della Natura proteggeva con se un sacchetto di semi, un bene prezioso per lui. Per la Natura, tutto era un continuo morire e rinascere, finire per ricominciare, ricominciare per finire ancora e dare il via ad un altro lungo ciclo. Ecco cosa avrebbe fatto, la soluzione era terminare il ciclo e ricominciare. Di nuovo. Con i propri figli al fianco, legati a lui dal flebile filo della ciclicità:

I boschi morivano per tornare più belli la primavera; Con quel pensiero uno dei semi germoglio fra le dita del Superno e andò a cercare il bosco più rigoglioso, in modo che potesse rinascere.

Le cime delle montagne crollavano per formare creste ancora più aspre, scudo per ogni creatura dell’aria; Con quel pensiero uno dei semi germogliò fra le dita del Superno e scalò la montagna più alta, in modo che potesse dominare i paesaggi ancora una volta.

I venti smettevano di soffiare, lasciando il tempo alle creature di preparare i messaggi da affidargli prima che tornasse a correre per la terra e portarli a destinazione; Con quel pensiero un altro seme germogliò fra le dita del Superno e combattè contro ogni spira d’aria per raggiungere la brezza più dolce, in modo che potesse ritornare a intonare il respiro della terra.

Il mare si placava, fermando la sua avanzata e ritornando fra la spuma abissale per donare il sollievo agli uomini; Con quel pensiero un altro seme germogliò fra le dita del Superno e domò i cavalloni più inferociti, in modo che potessero tornare a sferzare le coste.

La tempesta incuteva il timore reverenziale negli uomini, con i suoi fulmini e tuoni portava la ferocia della Natura, se ne faceva spada e scudo; Con quel pensiero un ultimo seme germogliò fra le dita del Superno e urlò un nome sopra al lampo, facendosi rumoroso come il tuono per permettere che il grido della Natura potesse riportare alla riverenza chiunque fosse stupido abbastanza da non rispettarla.

Poco dopo che l’ultimo seme germogliò, accanto a Màkuron apparvero i suoi amati figli: Tutti parte di lui e lui parte di essi, una simbiosi armonica e perfetta, che palesava la perfezione della Natura, il suo potere e la sua forza. Non dovette dire nulla, perché così era l’ordine delle cose; Màkuron estese le sue braccia e le congiunse con quelle dei figli e la sua volontà li riaccolse: La Natura chiamò, maturando e ritornando ad essere un unica cosa. Màkuron e i suoi figli scomparvero, al loro posto sbocciò un lembo di terra che divenne una massa continentale ricoperta di fulgida vegetazione e aspre montagne, il mare era il suo mantello e il vento la sua voce colma di forza, il fulmine e il tuono la sua spada e il suo scudo. Con un unica, collettiva volontà, che sarebbe presto rinata.

La Natura si riprese il suo posto nell’ordine cosmico delle cose, ed ora aveva un’unica, temibile voce.

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