[Supernomachia]Parte 3: Quello che Era, Quello che Sarà

Misure Disperate

La mente di Zaubenor vagava veloce tra le sue possibilità, mentre il suo corpo si agitava davanti al suo scranno. Il suo assalto a sorpresa era fallito miseramente, il suo segreto scoperto, suoi sostenitori sconfitti o troppo dediti alle loro vicende personali. Ancora peggio, aveva visto di cosa erano capaci i leali all’Assemblea, ed ora le sue certezze sulla vittoria vacillavano terribilmente. Sarebbero arrivati a lui e lo avrebbero massacrato nella maniera più dolorosa concepibile, come avevano già fatto con Translayton e Vinekutòr.

Con questi pensieri, l’Evanescente si ritrovò a reggersi sul suo scrittorio, affondando le unghie nel nero mogano.

Lui non poteva perdere, no, il Frammento gli aveva dato un potere inconcepibile e gli sarebbe stato nuovamente utile contro questa minaccia. Già, non c’era niente di cui preoccuparsi, era già stato tutto preventivato; la vittoria era ancora una volta la sua.

Estrasse la scheggia dalle venature vermiglie delle sue vesti, e da essa ne fuoriscì un altro sussuro soave, un suggerimento folle ma promettente. L’Incantatore Iniziò a cantare una nenia blasfema mentre donava le energie di Daraku Kileru al Frammento. Sono loro che lo avevano voluto, ed avrebbe pagato qualsiasi costo per sopravvivere. La scheggia, come un enorme puzzle d’energia, si trasformava sotto lo sguardo attonito di Zaubenor. Eppure la sua lingua non si fermava: l’incantamento era stato attivato e presto sarebbe giunto al suo zenith.

In ginocchio, l’Evanescente osservava il risultato delle sue empietà formarsi davanti ai suoi stessi occhi: il Padre Superno Draith William, Colui che Rimane, era finalmente tornato.

Il suo corpo di ossidiana scricchiolò e le fiamme lo avvolsero mentre l’essenza del Superno della Guerra circolava come linfa vitale dentro di lui. Zaubenor lo guardava con occhi carichi di terrore e speranza, ma il Signore della Lava aveva altri progetti.
Aveva una vendetta da portare a termine, e l’energia di uno solo dei suoi Figli non sarebbe stata sufficiente.


Troppo Tardi

L’odore di cenere permeava le narici di Zaubenor come un incubo antico. La promessa di potere era la promessa di una fine, questo lo sapeva. Solo non pensava sarebbe stata la sua.

Draith, in una forma umanoide avvolta di fiamme e distruzione, sembrava vibrare mentre la realtà cercava invano di rigettarlo.

“Zaubenor.” Sussurrarono quelle labbra di ossidiana “Hai avuto la tua occasione. Hai fallito.”

“No!” rispose l’altro, indietreggiando lentamente, le sue rune arcane sempre meno luminose “Non doveva andare così! Tu avresti dovuto darmi il potere per rompere la Decadenza! Per diventare di nuovo immortale!”

La risata di Draith era come ebano strisciato sul vetro “Cosa che ti è stata concessa. La Decadenza è stata saziata dall’essenza di un tuo simile, Zaubenor.” L’entità fece un passo avanti, e la stanza iniziò a spezzarsi e creparsi attorno a lui “La tua illusione non era quella di limitare la fine, anche un mortale potrebbe farlo, ma quella che i Superni fossero eterni in prima istanza.”

Zaubenor, ormai con le spalle al muro, provò a balbettare una risposta, che si perse nel vigoroso ruggito del Superno dell’Aldilà.

“Ma ora non importa più niente. Io sono qui.” Draith allargò le braccia incastonate di fiamme “Ora non dovrete più preoccuparvi di marcire.

Ora brucerete.”

Il Superno Arcano sentì il calore delle fiamme, sentiva come il feroce tepore non ghermisse solo la sua forma fisica, ma anche la sua essenza. Come una falena verso il falò, il suo potere veniva inevitabilmente attratto verso il suo progenitore.
Non c’era una via di fuga, quella… cosa davanti a lui lo avrebbe divorato e consumato, digerendone perfino il ricordo.

Non rimaneva niente.
Solo cenere.
Solo fame.

Zaubenor, nella sua totale disperazione, provò l’unica e ultima cosa che gli venne in mente: condensò l’energia assorbita da Gàian tra lui e Draith, creando un sacrificio perfetto per distrarlo.
Approfittando di quel singolo istante, scomparì nel nulla, lasciando indietro solo qualche eco arcano.

Ricomparve nei giardini fuori dall’Assemblea, senza energie ma vivo.
No, non avrebbe lasciato che qualche suo trisavolo impazzito lo uccidesse. Aveva dato troppo, sacrificato troppo. I suoi fedeli erano stati massacrati, ed il suo sogno spezzato.
Ma lui sarebbe rinato dalle ceneri, si! Aveva tempo, più di quello che avevano i suoi simili! Si sarebbe riorganizzato e avrebbe trovato un modo per sopravvivere!

Una voce eterea interruppe però i dialoghi interiori di Zaubenor. Una voce familiare.
Non temuta. Odiata.

“Zaubenor, il tuo piano sembra un fallimento sempre peggiore ogni secondo che passa. E non solo, hai messo in pericolo tutti noi. Posso percepire l’essenza corrotta di Draith di nuovo nel Jandur, e sono sicuro che questa pazzia sia opera tua.” Voidravòs, in forma di nube, levitò lentamente oltre il Superno. “Forse accettare la Decadenza e morire in pace sarebbe stato meglio, non trovi?”

“Il ritorno di Draith non significa niente. NIENTE.” Urlò l’altro in risposta. “Anzi, mi è di aiuto. Mentre lui è occupato a sterminarvi io posso andarmene indisturbato! Voi morirete, io vivrò!”

“Ah si?” il Superno del Vuoto prese le sembianze del suo collega, replicandone perfino la voce “’Voi morirete, io vivrò!’, eh? La portata della tua illusione è così grandiosa che solo un dio pazzo o un mortale particolarmente creativo potrebbero anche solo immaginarla. La tua bravata ed il massacro che ne sta seguendo è una cosa da epica, da epopea! Dei che uccidono dei, concetti astratti che si sterminano a vicenda!” lo sguardo vitreo della sua effige lo squadrò negli occhi “Magnifico, non trovi? Esemplari come te sono rari, fratello mio. Troppo rari per andare sprecati.”

“Vattene, Voidravòs.” Zaubenor alzò la mano, avvolta di energie arcane, gli occhi ricolmi di odio azzurrino. “Non ho tempo per giocare con te.”

“Peccato.” rispose l’altro, imitando grottescamente il suo stesso sorriso “Beh, peccato per te ovvio. Io ho tutto il tempo del mondo.” La nebbia si dissipò nuovamente, divorando il giardino come un’onda di specchi “Presto anche tu.”

Zaubenor non fece tempo ad emettere un verso che l’onda lo travolse, ed il Vuoto lo reclamò.


L’Inferno è Ripetizione

Il Superno degli infiniti arcani si ritrovò avvolto in qualcosa che nemmeno lui sapeva spiegare: Una nebulosa infinita sembrava circondarlo in ogni direzione, innumerevoli colori si fondevano in forme strane, nuove ed ataviche al tempo stesso.
Costrutti cognitivi e attrezzi mondani nascevano e morivano alla velocità di un pensiero in quello strano luogo.

“Zeubenor, benvenuto a casa mia.” La voce di Voidravòs sembrava venire da ogni luogo, come una vibrazione. Il ragno che appoggia una zampa sulla rete. “So che voi creature stabili non siete abituate a stare in un posto così libero, ma farò del mio meglio per rendere un angolino accogliente, solo per te.”

Un pavimento, con un tavolo ed un paio di sedie si formarono sotto al Superno, mentre delle pareti lentamente si muovevano in posizione per chiudere la stanza.
Gli oggetti erano tutti di finissima fattura, ed una bottiglia di cristallo si adagiò con grazia sul tavolo, assieme a due bicchieri.
Zaubenor vide librerie e teche sistemarsi al loro posto come bravi soldati, mentre il loro contenuto si lucidava e sistemava da solo.
La cura maniacale di un collezionista e la passione di un fervente fedele ammantavano quel luogo.

“Prego, siediti pure. Fai come se fosse casa tua.” Voidravòs, nuovamente nella sua forma-Zaubenor, comparve improvvisamente su una delle due sedie. Versò con voluta calma, e un malcelato sorriso, un liquido amaranto in un bicchiere, porgendolo al suo interlocutore.

Il Superno Arcano, per tutta risposta, tirò uno schiaffo alla mano, facendo cadere il bicchiere “Voidravòs, come osi rinchiudermi qui!? Pensi che io non sia in grado di resistere nel Vuoto? Io sono un Superno!”

“Certo che lo sei.” Replicò l’altro con un sorriso sempre più cristallino “Eppure dovresti migliorare le tue maniere: Quella roba costa. Costerebbe.”

Il liquido spanto rientrò rapidamente nel bicchiere, che andò con un balzo sopra il tavolo, di nuovo al suo posto.

“Insomma, un minimo di gratitudine sarebbe dovuto. Avrei potuto essere ben più spartano con i mobili. Guarda il tuo amico Translayton, lui si che si sa comportare bene.”

Le pareti si fecero da parte per mostrare una simile stanza, dove il Superno dell’Oblio stava comodamente seduto su una poltrona, sorseggiando una tazza di tisana e leggendo un libro.

“C-Cosa?” borbottò Zaubenor “Cosa gli hai fatto? Che ci fai qui?”

“Beh, lo ho divorato.” Rispose candidamente Voidravòs “Cioè, lui ha divorato me, diventando me. Quindi tecnicamente mi sono divorato da solo. E’ complicato. Sta di fatto che ora si sta godendo una pensione eterna qui nel mio angolo vacanze. Sono sicuro che piacerà anche a te, abbiamo il Venerdì casual ed il mercoledì taco!”

Zaubenor si alzò, guardandolo con uno sguardo colmo di rancore e disgusto “Non starò qui a giocare ai tuoi patetici giochini!”

“Mh… neanche se metto il giovedì pizza?”

Una tempesta di saette blu avvolse la stanza, carbonizzando tutto e tutti, lasciando solo Zaubenor al centro della distruzione.

“Sempre il problema delle maniere, eppure dovrei aver azzeccato le proporzioni cognitive.” Voidravòs emise un sono sospiro, mentre scriveva qualcosa in aria “Forse serve più empatia?”

Zaubenor lo colpì nuovamente urlando a pieni polmoni, e così fece per tutte le successive quarantasette manifestazioni del Superno del Vuoto.
Alla fine, esausto, si limitò a guardare in cagnesco il suo supernico collega.
“Anche se non posso ucciderti, tu non puoi tenermi qui. Non hai la forza né il diritto!” gli sbraitò contro.

“Au contraire, fratello mio. Vedi, so che per voi la fuori io sono solo il Superno nuvoletta che si diverte a fare cose nel Vuoto tra gli Spazi. Tranquillo, innocuo, quasi dimenticabile.” Voidravòs riformò la sedia e ci si sedette con un sospiro “Eppure dovreste essere abbastanza furbi da distinguere il disinteresse dalla placidità. Non mi piace uscire da qui, troppe regole là fuori, tipo la gravità e la forza nucleare debole. Ma qui? Il mio limite è la mia fantasia.”

Come per esemplificare, la stanza in cui si trovarono passo rapidamente per quasi un centinaio di variazioni, passando dal classico vittoriano alla cyber-apocalisse.

“Ma modificare il mondo attorno è una cosa che tutti i Superni possono fare, in un modo o nell’altro. Niente di troppo particolare per gli dei, no?” Voidravòs si alzò dalla sedia, stiracchiandosi e disfacendosi nell’aria “C’è qualcosa di molto particolare che posso fare solo io, e solo qui.”

La stanza cominciò lentamente a marcire a vista d’occhio, e, nonostante i tentativi disperati di Zaubenor di non cadere nel nulla, presto non gli rimase più niente a cui aggrapparsi.

“In un mondo senza regole, dove solo la volontà è legge, perfino le cose più assolute possono essere riscritte. Perfino le entità più assolute possono essere riscritte.”

Il Superno Arcano sbarrò gli occhi, arrivando alle terribili implicazioni di tale affermazione “Non osare…”

Venne interrotto quando la realtà stessa che lo circondava si chiuse improvvisamente attorno a lui, come una titanica mano. L’aria stessa poi sembrò perforarsi e ferirsi mentre migliaia e migliaia di occhi di infinite forme e colori si aprivano attorno a lui.

“Tu ti sottometterai. Tu imparerai a comportarti. Tu imparerai a goderti la tua eterna esistenza qui.” Voidravòs, con la sua forma che riempiva ogni angolo del Vuoto, sorrise con migliaia di volti non suoi “Ho tutto il tempo del mondo, e in fin dei conti tu sei solo il mio sesto tentativo.”

Le urla di Zaubenor si persero nel nulla, e la sua riscrizione occupò un tempo variabile dai pochi secondi a degli interminabili eoni, a seconda del metro di paragone.

A prescindere da tutto, tuttavia, un’altra entità si era intrufolata nel Vuoto, approfittando della distrazione del suo signore con il suo nuovo giocattolo.

Un vento di cenere e tizzoni sgretolò a mezz’aria la sua copertura di colori e sfumature; l’ultimo eco di quella che un tempo era Gàian, la creatura che più amava prima di essere corrotto.

Molti pensano a Draith come a una forza priva di intelletto, eppure non potrebbero essere più distanti dal vero: La Distruzione è un’arte che richiede sottigliezza, e la più grande delle esplosioni è stata studiata fino all’ultimo atomo.

Draith sapeva che Zaubenor sarebbe finito dritto nelle braccia del Vuoto, così come sapeva che Voidravòs, per quanto attento al suo regno, sarebbe stato abbastanza impegnato da non prestare molta attenzione a chi entrava.

L’essenza di Gàian forniva solo che una distrazione in più per tenere a bada il Superno del Vuoto.

La nube di cenere viaggiò quindi indisturbata in quel reame senza senso, raggiungendone presto l’angolo più sperduto.

Riprendendo la forma umanoide, Draith osservò l’oggetto che galleggiava pigramente davanti a lui: era un naso. Non particolarmente bello, ma un tempo aveva dato molte soddisfazioni ad un particolare superno caotico. Sicuramente un nascondiglio ingegnoso, ma purtroppo non sufficiente.

Gli artigli del Padre Superno si chiusero su di esso, frantumandolo in minuscoli frammenti d’ossidiana, che vibrarono gioiosi.

Potevano sentire la loro riunificazione.

Potevano sentire la fine che avrebbero portato.


Non c’è altro Tempo

Il ritorno di Draith colpì come un fulmine tutti i Superni. Lo potevano sentire, prima come un fastidio in fondo alle loro menti, poi come un imperativo di forza e distruzione una volta che ebbe recuperato i suoi frammenti.
Improvvisamente cercare di uccidersi a vicenda non aveva più senso, e la realizzazione di essersi solo indeboliti con ogni scontro attraversò la mente di molti.

Gola e Saxton, impegnati in un duello letale, fermarono i rispettivi fendenti. Opùcìs ed Adegés smisero di cercare di farsi impazzire a vicenda (uno scontro completamente inutile, considerando che per molti entrambi erano già ampiamente fuori di melone), mentre Màkuron interrompeva il suo urlo di rabbia davanti a Nòbis che reclamava il corpo di Lùsi.

Tutto si fermò e tutti i superni, istintivamente, si smaterializzarono per riapparire nell’emiciclo dell’Assemblea, forse per un’ultima volta. Nel silenzio, si guardarono tutti, comprendendo la gravità della situazione. I numerosi scranni vuoti erano un amaro monito del peso del loro peccato e della loro follia.

“È finita. Siamo stati indotti in errore. Ed ancora una volta, ce ne siamo resi conto troppo tardi.” disse Migia.
“Ci sarà qualcosa da fare!” La determinazione di Alikòs Resolan, incrollabile, scuoteva ancora una volta i suoi colleghi. “Molti di noi si sono… rafforzati. Non abbiamo più i numeri che avevamo prima, ma la nostra forza non è stata dissipata!”
“Vinceremo, come sempre” Si limitò a dire Sìpan Tèr, nelle sue nuove vesti. Il risultato del suo scontro era stato una sorpresa per tutti, ma non c’era il tempo ragionare troppo su cosa gli fosse accaduto di preciso.
“NON È SEMPLICE COME PUÒ SEMBRARE. MOLTI DI NOI HANNO COMBATTUTO A LUNGO E LA DECADENZA HA COMUNQUE EROSO LA NOSTRA FORZA. ABBIAMO BISOGNO DI BEN ALTRO.” La luce dagli occhi di Gòs Tanuk era debole, la sua forma più dissipata del solito.
Makuron si alzò in piedi, facendo tremare la sala, e prese parola. Gli scranni riservati alla sua prolifica famiglia erano praticamente vuoti, se non per la presenza di Araton, Lòs Sìrus e Markus. La sua voce invece era ora composta dall’armonia di numerosi timbri
“Noi siamo potenti ora che siamo Uno nella Natura, ma non siamo un Padre Superno. La nostra forza al confronto è quella di un granello di sabbia dinanzi ad un macigno. Non di meno, siamo a disposizione dell’assemblea.”
Dall’altro lato dell’emiciclo, la testa destra di una superno bicefalo prese la parola:
“Abbiamo faticato la prima volta, con i nostri pieni poteri. Come potremo riuscirci di nuovo in questo stato?”
“Possiamo farcela lo stesso Marùk, ho letto una profezia al riguardo!” Replicò la testa di sinistra.
“Sta zitto Kòlis.” Disse quella di destra
“No, zitto tu.” Battibeccò ancora l’altra. Presto si sarebbero tutti pentiti di quell’unione sacrilega.
“La verità…” Disse Akonitàs, con ancora la discussione delle due teste di Maròk e Kòlis in sottofondo. “…è che ancora una volta avremmo bisogno di Kaskemàs.”
“Ed anche questa volta verremo lasciati da soli.” Ribatté Kàotis.

“Non questa volta, temo.” Il silenzio piombò sull’Assemblea. Un Superno con il fisico prestante e la chioma rossa si era materializzato al centro dell’emiciclo. La folta barba fino al petto incorniciava un viso serio e spigoloso, sormontato da due occhi profondi come gli abissi.
Gli altri Superni restarono in silenzio, qualcuno sbigottito, altri spaventati.
Kaskemàs si prese qualche istante di pausa per far digerire la sua presenza ai suoi figli e poi riprese la parola.
“Il mio… Il nostro Tempo è arrivato. Ed ormai è agli sgoccioli quello che ci rimane. È sempre stato così, ed era inevitabile. Non avevo la volontà di vederlo, ed ora non posso più vedere oltre. Perdonatemi, ma questa era l’unica strada.”

“Ho già preparato il terreno a ciò che sta per succedere, uno di voi sta già compiendo il suo dovere.” Continuò il Padre Superno rivolto all’Assemblea. “So che già molti si sono rivolti all’aiuto dei mortali per arginare la piaga che si è abbattuta sulla nostra discendenza. È tempo che gli uomini del Jandur siano opportunamente guidati in una difficile scelta.”

Il Padre del Tempo, guardò quindi tutti i suoi figli sopravvissuti. Il suo sguardo, per una volta, era fisso sul presente. Forse perchè non rimaneva altro.
Si voltò poi verso l’altro lato dell’emiciclo ed iniziò a fare qualche passo indietro. Il suo corpo spostandosi lentamente lasciava delle immagini residue che poi venivano riassorbite, come se il tempo stesso avesse difficoltà a stargli dietro.
“State in guardia figli miei. Lui è qui.”

Improvvisamente al centro della sala uno squarcio nel tessuto della realtà si aprì. Da esso, una mano d’ossidiana in fiamme uscì fuori, aggrappandosi ad una colonna. Lentamente, con un ruggito terribile, la forma grottesca di Draith uscì dalla fenditura, seguita da copiose quantità di lava e fiamme.
I Superni nell’emiciclo si alzarono in piedi preparandosi alla scontro, mentre Kaskemàs rimaneva impassibile.

Adegés invece strizzò il suo occhio e mezzo con attenzione e realizzò una cosa estremamente importante: “Ehi Masùter” disse indicando stupito al compagno il volto del Signore della Lava. “Ma quello… quello non è mica il mio naso?”

Ora completamente emerso, Draith notò la figura così familiare davanti a se, e non poté trattenere una fragorosa risata:
“Non avrei mai detto che ti avrei più rivisto, vecchio amico! Pensavo fossi svanito nel nulla. Sei venuto finalmente ad inchinarti dinanzi a me?”

Kaskemàs guardò intensamente l’altro Padre Superno:
“Ho un amico chiamato Draith, in un altro tempo. Sono suo fratello, in un altro tempo. In questo tempo, Draith non c’è più. Ma ci sei tu ad usurparne il nome.”

“Io sono sempre stato Io, fratello mio. Ma forse la tua visione un tempo era ottenebrata dal sentimentalismo." Draith sogghignò in direzione di Kaskemàs.

“Inutile perdere altro tempo. Questo momento è scritto, come lo è la nostra lotta. Il finale invece…” Il Padre del Mare materializzò il suo tridente e lo puntò contro il Signore della Lava.
“… è ancora da scrivere.” La nebbia di Voidràvos riempì rapidamente la stanza, avvolgendo le colonne marmoree con viticci colorati.
La forma del Superno del Vuoto comparve al centro, avvolta in una rete di rune colorate.
Sìpan Tèr alzò la lancia al cielo con un ruggito, iniziando a caricare verso i Padri Superni “Anche il Nulla è con noi, andiamo verso la Vittoria fratelli!”
Prima che i suoi simili potessero seguirne l’esempio, la nebbia si addensò, fermando la sua carica sul nascere.
“Questa battaglia non è la nostra.” Disse Voidràvos, in un miscuglio di voci dissonanti. “Lo scontro tra i Padri Creatori è stato deciso ben prima che il Vuoto stesso venisse definito, fratelli miei. Noi non abbiamo posto in esso.”
Gli occhi sfuggenti si spostarono verso i duellanti, assottigliandosi in due fessure “Non è vero?”
Kaskemàs annuì “Grazie per la comprensione, Architetto del Nulla.”

La forma di Voidràvos si dissipò nuovamente, e la nebbia che lo formava si inalzò come una muraglia di specchi attorno a Draith e Kaskemas, sigillandoli in una bolla di realtà infinita, ma inaccessibile.
Ai Superni chiusi fuori non rimase che osservare impotenti la battaglia epocale che si sarebbe compiuta di lì a poco.
Come mortali, non potevano che osservare mentre entità più potenti di loro decidevano il destino del mondo.

“Avvicinati, Kaskemas, la tua fine attende.” ruggì Draith, allargando le braccia in una tempesta di cenere e lapilli. “Lascia che questo mondo conosca la fame!”
“Il Tempo si chiude qui. Lo Spazio termina qui.” Decine e decine di ombre di Kaskemas comparvero alle spalle del Signore del Tempo, echi di presenti mai stati. “Noi siamo all’orizzonte del creato. La nostra storia termina qui.”


[Intanto dall’olimpo, una Guida varcava il portale verso Alinox…]

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