Uhaya verso Alinox: L'arrivo dell'Aliena

“Correre verso nuovi orizzonti”.
Questa era la scritta che si leggeva sulla navicella, intorno ad essa solo ruggine e quella patina di polvere spaziale sempre presente su un veicolo sempre in volo tra le stelle. Aveva lasciato il Pianeta da qualche settimana, si stava riposando in una stazione spaziale del Sistema SDR-0090, un sistema binario molto popolato, in attesa di riprendere la rotta.
Una rotta che sarebbe stata interrotta da qualcosa che nemmeno lei avrebbe sospettato.
Quel carico di semenze, attrezzi agricoli e tutto il necessario per formare una nuova colonia doveva essere recapitato al Sistema SDR-0239 entro fine mese,e l’ordine era ormai vicino alla scadenza. Semi di ogni tipo, dalla più comune Fogliaverde alla più esotica M-100, una specie di piccolo seme capace in poco meno di tre giorni di far spuntare dal terriccio un arbusto carico di frutti giallognoli di ben tre metri di altezza, se annaffiato con costanza. Ciò non avrebbe di certo fatto dispiacere alla comandante di quella semplice navicella, ormai stanca dei continui viaggi per guadagnare qualche fondo utile a comprare oggetti senza senso per sentirsi più contenta nella noia spaziale.
Aveva ormai collezionato ogni genere di apparecchio elettronico, senza però mai indagarne il funzionamento. Lei sapeva solo guidare la sua navicella e navigare in stupide connessioni sociali extra planetarie. Si divertiva immensamente a stare nel buio della sua stanza, immersa in un mondo di dati multimediali e giochi spaziali, mentre la navicella era in modalità pilota automatico.
Il suo nome era Uhaya, nella sua lingua natale significava figlia delle nuvole, forse anche per questo il suo destino non era sul suo pianeta natio ma in giro per la galassia sterminata.
Sakai era il nome di famiglia, una ricca famiglia di banchieri spaziali, era scappata da un destino di impiegata nella finanza per seguire il suo sogno di viaggiare per le stelle.
Suo padre la buttò fuori di casa appena raggiunse la maggiore età: non ebbero mai un buon rapporto.
Quando suo padre si accorse di avere la cassaforte leggermente più vuota del dovuto, lei era già in un altro sistema solare con una navicella di seconda mano.
La cercarono per anni, finché semplicemente suo padre si arrese all’idea di riavere indietro quel malloppo.
L’unica cosa che la legava ancora al suo pianeta natale era l’aspetto: pelle pallida, capelli lilla, orecchie a punta, occhi grandi e violacei.
Non era mai stata particolarmente bella sul suo pianeta natale - dove la bellezza era la norma - ma su altri sistemi era un continuo sentirsi adulata da avventurieri spaziali come lei. In cerca di portarsela appresso in viaggi al limite dell’infinito, sul letto della loro navicella.
Ma lei li rifiutava sempre, convinta che il suo destino le avrebbe riservato qualcosa di più che un bellimbusto del Sistema SDR-0030.
La navicella iniziò a scuotersi, in quel hangar spaziale. La patina di polvere cadde per terra e i motori si accesero.
“Ci lasci così?” esclamarono quattro ammiratori che seguivano incessantemente i suoi stivali neri di fibre sintetiche nel loro percorso per arrivare alla porta della cabina di comando.
“Ho roba da fare che non vi riguarda, però vi prometto che tornerò!”esclamò salutandoli e mentendo spudoratamente, mentre porta si chiuse di scatto alle sue spalle.
Viaggiò spedita verso la sua consegna, facendo attenzione a evitare asteroidi e le insegne pubblicitarie che orbitavano la stazione spaziale.
“Certo che sono una vera seccatura”disse impostando il pilota automatico e poggiando i piedi sulla plancia dei comandi, facendo attenzione a non colpire il pulsante per rimettere il pilota manuale. Si sentì subito sola.
La navicella era silenziosissima, a breve si sarebbe accesa in automatico la radio, ma in quel momento Uhaya si sentì come quando da piccola veniva scelta per ultima durante le ore di ginnastica a scuola. Come quando veniva rifiutata dai ragazzi per via dell’ingombrante apparecchio dentale che portava alle scuole superiori.
O come quella volta che si ritrovò sola ad aspettare in una città sconosciuta su un sistema binario lontanissimo da lei il ricevente di un carico di minerali preziosi qualche mese fa.
In quel momento di silenzio interminabile i suoi pensieri di solitudine aspettavano l’avvio della radio. Intanto la stazione spaziale si faceva sempre più lontana, fino a diventare un puntino luminoso all’orizzonte.
Passarono cinque minuti e la radio non sembrava ancora accendersi.
L’aliena intanto era ancora immersa nei suoi pensieri: ripensava alle centinaia volte in cui aveva visto famiglie felici ai ristoranti in cui si fermava a mangiare tra una consegna e l’altra.
Avrebbe voluto dividere con loro il pasto, magari giocare a nascondino con i loro bambini e parlare del più e del meno con i loro genitori.
Sentirsi parte di famigliole che avevano deciso di fare una gita interplanetaria nel fine settimana.
Invece doveva sostenere un pasto accompagnata dagli auricolari che trasmettevano eventuali asteroidi fuori orbita o problemi interni alla Confederazione, i quali avrebbero in qualche modo ostacolato i suoi incarichi.
Quando si accorse di quanto tempo era passato riaprì gli occhi per trovarsi a quasi un chilometro da un asteroide.
Aveva per sbaglio toccato con un piede il famoso bottone del pilota manuale.
Urlò e prese in mano il volante, virando velocemente a sinistra, proprio verso un ennesimo asteroide.
Esso colpì il fianco sinistro della navicella facendola sbandare.
Premette nel panico più generale in tasto per riassestare la rotta, ma sembrava non funzionare.
“Non ci credo, proprio oggi deve andarmi tutto male?" esclamò reggendo il volante e cercando di ristabilire la rotta.
Ogni suo tentativo era futile, la navicella per qualche strano motivo continuava a virare verso destra dopo essere stata colpita dall’asteroide.
Quando finalmente riuscii a riprendere il controllo della situazione i suoi occhi si illuminarono di un’immensa luce.
La radio si accese all’improvviso e partì una canzone vecchia di qualche decennio.
I raggi davanti alla vetrata della navicella erano di un colore violaceo come i suoi occhi e emettevano particelle del medesimo colore.
Una cornice di uno strano materiale vetroso e nerastro circondava quello strano portale.
Era senza parole e spaventata.
Provò a evitarlo, ma era troppo vicino, così vicino che lentamente la navicella passò attraverso.
Il muso di essa venne inghiottito, colorandosi di una sfumatura del colore del portale e contorcendosi.
Abbandonò i comandi e corse in camera sua, sul retro dell’astronave.
La canzone alla radio si distorse, producendo uno stridio che rimbombò per tutta la navicella.
Cercò in fretta il suo ricordo più prezioso: un vecchio pupazzo di un orso spaziale regalatogli dalla nonna quando era piccola e lo strinse forte preparandosi al peggio.
Appena lo fece la luce viola passò attraverso la porta automatica.
Era inarrestabile.
Uhaya chiuse gli occhi.
Suonò l’allarme ma fu un attimo, si sentì per una frazione di secondo.
Quando aprì gli occhi la ragazza si trovò accucciata a terra, sul terriccio di un campo di frumento appena arato.
Sentì subito il fruscio del vento sul grano e il portale chiudersi alle sue spalle.
Fu un attimo e si ritrovò in un luogo mai visto prima da lei, senza strumenti se non quel semplice pupazzo.
Guardò in cielo e vide il Sole, da solo, splendere.
Nessuna traccia della seconda stella binaria o di astronavi nel cielo.
“Dove… sono finita?” sussurrò guardandosi intorno.
Qualcuno urlò in lontananza.
La ragazza lo sentì e si spaventò.
Una folla di persone si stava avvicinando alla aliena in grande fretta.
Lei si rialzò in piedi e iniziò a correre allontanandosi dalla folla, tenendo per mano il pupazzo.
Così iniziarono le vicende di Uhaya Sakai sul Piano di Alinox.

[GDR OFF]
Si voglio ruolare una persona completamente “aliena” al piano e a tutte le sue logiche, visto che nella scorsa era ho fatto il kushimano fervente uhleista e presidente di una zaibatsu stile tekken, quest’era voglio creare qualcosa di diverso
Sto già pensando a come potrebbe reagire agli eventi interni al server owo

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